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Somalia: la gente continua a morire, ma il silenzio è assordante

Possiamo restare indifferenti alla morte di milioni di esseri umani in Somalia nei prossimi mesi? Sembrerebbe di sì. Le Nazioni Unite avevano già annunciato a inizio settembre che 4.000.000 persone sono “in crisi nera”. Delle centinaia che muoiono ogni giorno oltre la metà sono bambini.

La siccità ha portato al collasso la produzione agricola, -75% rispetto a un livello storico già deficitario. Per giunta la Somalia non ha un governo centrale fin dal 1991 – nonostante una dozzina di tentativi falliti – e il sud del Paese è controllato da un gruppo militare di militanti islamici, gli Shabab, cui sono attribuiti ostacoli al destino degli aiuti alimentari.

Si aggiunge la malattia. Tifo e colera, morbillo e malaria si stanno diffondendo nei campi profughi affollati come grandi città ove gli sfollati, si noti bene, non “ricevono” ma “sperano di ricevere” acqua potabile, cibo, cure. Gli esperti predicono per ottobre la fine della siccità, estesa a Etiopia, Kenya, Gibuti. Ma i sistemi immunitari stremati dalla fame potrebbero non reggere l’aggressione delle malattie infettive e dovute all’acqua delle piogge.

«Una risposta massiccia e multisettoriale è essenziale e urgente, per prevenire ulteriori morti e il totale collasso della società», hanno ammonito il Famine Early Warning Systems Network e la Food Security and Nutrition Analysis Unit, finanziati dal governo USA (primo al mondo negli aiuti finora offerti) e dalle Nazioni Unite. «Se i livelli di risposta (internazionale agli aiuti, ndr) rimangono quelli attuali, la fame aumenterà ancora nei prossimi quattro mesi».

Déjà-vu. nei primi anni ’90 la Somalia venne colpita da una simile tragedia. Ma a quel tempo la reazione fu assai migliore, le Nazioni Unite misero in campo oltre 25.000 soldati americani come peacekeepers per garantire l’effettivo raggiungimento dei bisognosi in un efficace programma multi-miliardario di aiuti.

«Uno o due membri di ogni famiglia stanno sopravvivendo». È la testimonianza di Lul Mahamoud Ali, madre di quattro bambini che ha appena raggiunto il villaggio di Dolo, accanto al confine etiope. È riuscita a portarli in salvo, forse, assieme a tutto ciò che possedeva. Una stuoia un telo rosso e un cesto di vimini. Vuoto, s’intende.

Dario Dongo

Foto: Sven Torfinn for The NYT

 

Per maggiori informazioni:

 “Famine Ravages Somalia in a World Less Likely to Intervene”, di Jeffrey Gettleman, The New York Times, 15.9.11

 

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