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La maxi frode del falso Prosecco Doc della Cantina Rauscedo danneggia il Made in Italy. I commenti dei lettori

A seguito della pubblicazione dell’articolo “La maxi frode del falso Prosecco Doc della Cantina Rauscedo. 35 milioni di bottiglie coinvolte”, si è sviluppato un vivace dibattito tra i nostri lettori. Qualcuno accusava l’autore di “prendersela” con un prodotto simbolo del made in Italy, screditandolo, mentre sarebbe stato opportuno focalizzare l’attenzione sulle aziende che sbagliano. Di seguito la risposta di un lettore.

Un lettore contesta il titolo dell’articolo sulla frode del falso Prosecco Doc della Cantina Rauscedo, perchè secondo il suo parere è da valutarsi positivamente il comportamento dei soci della cooperativa che hanno scelto di pagare le multe e investire per risollevare l’azienda, anziché portare i libri in tribunale, dichiarando fallimento e scaricando sulle banche le perdite.

Secondo quanto riferisce la stampa, sono coinvolti nel grave fatto (sequestrati solo nel 2018, 170.000 ettolitri di vino spacciato per Doc senza che ne avesse i requisiti, qualcosa come 22 milioni e mezzo di bottiglie) decine di amministratori e collaboratori di cooperativa, oltre 300 aziende agricole individuali e circa 90 società agricole, che avrebbero concordato con l’autorità giudiziaria sanzioni per complessivi 1.7 milioni di euro, somma stimata pari all’ingiusto profitto lucrato nel 2016 e 2017.

Sono numeri del tutto incompatiibili con un’ipotesi buonista di leggerezza ed errori in buona fede, magari imputabili alla complessità della materia: inducono piuttosto a ritenere che la falsificazione dei registri e la frode in commercio aggravata rientrassero in un preciso e del tutto consapevole disegno delittuoso, di cui non c’è proprio nulla di cui menar vanto e che non giustifica particolare orgoglio.

I fatti sono emersi con un certo ritardo: meglio sarebbe stato se il Consorzio – cui compete, tra l’altro, la tutela di tutte le imprese che partecipano alla produzione della denominazione- e l’organismo di controllo -cui compete la verifica e la certificazione del rispetto del disciplinare di produzione della denominazione a garanzia dei consumatori- si fossero accorti che da almeno due vendemmie i numeri non tornavano.

prosecco
Fra il 2016 e il 2018 sono state vendute oltre12 milioni di bottiglie di finto prosecco e altri vini

Vien da chiedersi se dalle indagini non fosse emerso il loro comportamento sprezzante della legge, alle centinaia di operatori che ora “orgogliosamente” patteggiano sarebbe mai passato per la mente di restituire volontariamente all’erario il provente della frode?
Pagare una multa trovata sotto il tergicristallo per aver ecceduto il tempo di parcheggio non è particolare motivo d’orgoglio, tocca e basta (e in fretta, per evitare un aggravio della sanzione) e nessuno se ne vanta o invoca apprezzamento.

Non vedo nemmeno particolare eroismo nell’essersi fatti carico delle sanzioni, anzichè dichiarare fallimento (meglio, chiedere la messa in liquidazione coatta amministrativa, dopo che il tribunale ha conclamato lo stato di insolvenza) e scaricare sulla banche e su incolpevoli fornitori l’onere derivante da propri comportamenti fraudolenti.

Lo scaglionamento delle sanzioni (a quanto riferisce la stampa, 6mila euro per profitti superiori ai 100mila euro; 4mila euro per la fascia tra i 30 e 100mila; 2mila euro per tutti gli altri) non sembra tale da condurre a fallimento chicchessia, stante il fatto che l’uva da prosecco doc dal 2016 al 2018 è sempre stata pagata oltre 1 EUR/kg e che, quindi, con la resa per ettaro prevista dal disciplinare DOC, a pagare 2.000 euro di multa basta e avanza la produzione di 1.000 mq di vigneto.

Vanno anche tenuti presenti i meccanismi tipici delle cooperative.
Questi fan si che le linee di credito bancarie della cooperativa siano garantite, oltre che dal patrimonio della società, da fidejussioni e garanzie reali degli amministratori e degli stessi soci, garanzie che i soggetti obbligati si sarebbero visti escutere a prima richiesta dal sistema bancario. Insomma, meglio pagare una piccola sanzione oggi che vedersi intimare domattina il pagamento dell’intera garanzia prestata, senza poter proporre opposizione.

Il lettore addebita al Il Fatto alimentare, nella sua segnalazione degli avvenimenti friulani, un atteggiamento acritico e lesivo degli interessi del Made in Italy.

A me pare che a ledere gli interessi del Made in Italy sia stato chi si è dato a manovre truffaldine su un prodotto tutelato, non chi ne ha riferito al pubblico: una cosa è difendere il Made in Italy, un’altra cosa è difendere chi il Made in Italy tarocca, ingannando i consumatori e danneggiando i produttori per bene (che sono la stragrande maggioranza e ai quali a nessuno passa per la mente di comminare sanzioni).

Roberto Pinton

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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14 Commenti

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    Concordo appieno con Pinton. Ha detto tutto lui, altre parole non servono.

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    Roberto Pinton. Ha solo ragione. Chi dice che denunciando le truffe si danneggia il made in Italy ha fatto fare l’uovo al gatto…

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    Egregio dr. Pinton,
    comprendo il suo rammarico.
    Nel mondo della certificazione dei prodotti tutelati accade spesso che si scrivano magnifici Disciplinari, ricolmi di filosofia e prescrizioni, che strappano commenti entusiasti ai lettori meno sgamati.
    Dopo qualche tempo, vuoi per il trascorrere degli anni, vuoi per mutate esigenze tecniche, vuoi perché nulla è fermo ed immutabile, certe prescrizioni, certe regole, diventano troppo stringenti, difficili da seguire, talvolta sorpassate od anacronistiche.
    A questo punto, per un prodotto di qualità, la strada legale per cambiare qualcosa dovrebbe essere solamente una. Ci si interroga se, cambiare le regole, vada o no a detrimento della qualità del prodotto. Se il prodotto rimane comunque un prodotto di qualità “superiore alla media” si apportano delle correzioni, dei miglioramenti, delle limature alle regole di cui sopra. Un esempio di un tanto potrebbe essere il “Regolamento di alimentazione delle bovine” della DOP Parmigiano Reggiano che è stato più volte “ritoccato” anche alla luce del fatto che il mondo della nutrizione delle bovine da latte è in continuo divenire. Se compare all’orizzonte un nuovo alimento, integratore, ecc. perché lo si deve scartare a prescindere, perché il Parmigiano Reggiano di “x” secoli fa veniva fatto senza che le bovine di allora avessero a disposizione tale alimento ?
    Se io voglio superaffermare il legame del mio prodotto con i foraggi locali e se questo permette di produrre latte di superiore qualità, sarebbe da stolti non farlo.
    Poi c’è la maniera semplificata per affrontare il problema.
    Le regole normate mi impediscono di guadagnare di più ?
    Non è carino affermare che cambiare certe regole potrebbe offuscare un’ immagine ?
    E’ più comodo ramazzare la polvere sotto il tappeto, girandosi dall’altra parte ?
    Dimostrare che cambiare certe regole senza diminuire la qualità è oneroso (in termini di tempo, di denaro, ecc.) o impossibile ?
    Mi arrangio, adotto le misure del caso, e vado avanti.
    Ognuno è libero di fare quello che vuole.
    A questo punto però se Consorzi ed Organismi di controllo se ne accorgono e si girano dall’altra parte c’è qualcosa che non batte…
    Se non se ne accorgono, o c’è incapacità, oppure le regole devono essere in ogni caso essere riscritte per rendere il tutto più oggettivo.
    Ad ogni buon conto, e per finire, l’atteggiamento di quelli che censurano coloro i quali segnalano i casi in cui alcune regole sono state “by-passate” (è il caso del Direttore La Pira) rappresentano lo stravolgimento della realtà…

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      Ci può stare il miglioramento in tutti i settori…ma bisogna stare anche alle regole e se queste non vanno bene alle aziende o ai consorzi si fanno le proposte in opportuna sede , non si agisce di nascosto sperando che nessuno ti becchi.

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      Il vitivinicolo italiano nel corso degli anni ha guadagnato mercati e prestigio e naturalmente anche tanta concorrenza agguerrita. I furbi e i cialtroni devopno essere denunciati è l’ unico atteggiamento serio che si può tenere. Eventualmente andrebbero inasprite le pene pecuniarie per chi truffa e per chi non fa i controlli che dovrebbe invece effettuare. Se le regole non vanno più bene ci sono organismi per cambiarle, ma cosa diversa è se non fanno comodo. Bisognerebbe istituire un premio per i giornalisti che in modo serio, documentato e responsabile denunciano queste situazioni.
      Bravo, Complimenti !!

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    Ottima risposta di Pinton. Condivido tutto.
    Il Made in Italy si tutela solo con la legalità e la trasparenza.
    E invece certi personaggi hanno pure il coraggio di protestare.

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    concordo perfettamente con Pinton,se le normative non sono piu’ adeguate all’evoluzione dei tempi vanno modificate con l’assenso di tutti,non baipassate,questa e’ truffa che va a discapito degli agricoltori onesti che rispettano le regole e del Made in Italy.
    Sicuramente la concorrenza estera non vede occasione come questa per screditare cio’ che con fatica e onesta’ viene prodotto nel nostro paese

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    @emanuele
    Sta sostanzialmente dicendo che chi confessa dopo essere stato colto con le mani nella marmellata è un eroe? Che ci sia di peggio in questa società molto malata, è vero…ma non è certo da elogiare la frode in commercio. Se ora chi ha sbagliato riparte con approccio diverso al suo lavoro, meglio così (se è nella legalità), ma la cosiddetta “seconda occasione” non le pare che si invochi solo per certi tipi di reato, mentre per altri si è talebani? Quante volte dite che, solo per fare un esempio, l’extracomunitario che sfascia un tavolo di un bar perché ubriaco dovrebbe stare in galera o espulso immediatamente ?

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    Prosciutti, prosecco, mozzarelle di bufala, biologico, farine…A mio avviso è opportuno eliminare i Consorzi in quanto non offrono più le garanzie a tutela dei prodotti. Al loro posto posto rafforzerei e aggiungerei laboratori indipendenti provinciali, regionali nazionali in grado di effettuare analisi dei prodotti a tutela dei consumatori e in grado di analizzare la provenienza delle materie prime.

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    Concordo

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    Certi Consorzi lavorano egregiamente. Un tempo i Consorzi di Tutela erano incaricati di tutti i controlli. Con la riforma di inizio 1998 ai Consorzi rimase la cosiddetta “vigilanza” ed i controlli di aderenza ai disciplinari dovettero essere affidati ad Organi od Organismi di controllo terzi ed indipendenti (a seguito di regole comunitarie). Per essere strasicuri dell’indipendenza e della terzietà nei controlli, l’incarico dovrebbe essere affidato a personale di organismi pubblici che sarebbe sicuramente super partes. Gli organismi di controllo sono sul mercato con ciò che ne consegue e comunque sono una soluzione economicamente meno onerosa per tutti. Si deve mettere in conto qualche scivolone…I Consorzi di tutela si focalizzano sulla tutela del prodotto finale e si occupano poco di controlli di filiera, anche se dettano di fatto le regole per tutti .

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    Il prosecco di Rauscedo, il prosciutto di S. Daniele…
    Povero il mio Friuli… come sta cambiando! E c’è perfino chi non si scandalizza più.

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    I disciplinari dei prodotti “di qualità” italiani non sono particolarmente restrittivi, e possono essere modificati. Il problema è che ponendo vincoli territoriali e di rese, per i prodotti che “tirano” sul mercato, la tentazione di aumentare le produzioni è forte, così si cerca di far rientrare anche prodotti ottenuti al di fuori del comprensorio normato, con rese più alte, o tecniche produttive non consentite. Avete mai sentito dire di un prodotto DOP/DOC ecc. che la disponibilità è terminata e bisogna attendere il prossimo raccolto/vendemmia/stagione produttiva? Vi sembra che possano avere produzioni infinite? Per quanto riguarda il settore controlli: nessun ente pubblico è in grado di gestire i controlli nella maniera capillare che qualcuno sembra immaginare. Gli organismi di controllo privati, lavorando prevalentemente con ispettori liberi professionisti e quindi con grande elasticità sia retributiva, che di orari di lavoro, suppliscono in qualche modo alla mole di lavoro richiesta dai controlli, spesso complicata dal continuo intralcio che arriva dalla pubblica amministrazione (scadenze per la presentazione dei dati, programmi informatici obbligatori per le registrazioni che spesso non funzionano, decreti ministeriali che cambiano dalla sera alla mattina, ecc.). Detto questo, a chi conosce un po’ il sistema, fa sorridere che in questi maxi scandali non risultino mai coinvolti gli organi di controllo pubblici, che specialmente in certi settori (ad esempio le ASL per i prodotti animali, ICQRF per il vitivinicolo), sono spesso nelle aziende, specialmente quelle di maggiori dimensioni, e ricevono continuamente i dati produttivi mediante sistemi di registrazione ormai prevalentemente informatizzati. Possiamo benevolmente dire che hanno poco personale per la mole di lavoro richiesta… Nel caso si voglia incrementare ulteriormente il livello di controllo, ad esempio aumentando il numero di ispezioni per anno su ogni impresa della filiera o il numero di analisi, bisogna sempre chiedersi anche chi ne deve pagare i costi. I costi degli organismi di controllo privati si scaricano infatti prevalentemente sulle imprese controllate e quindi sul prezzo finale dei soli prodotti certificati. I costi dei controlli pubblici, benché siano a volte previsti pagamenti specifici da parte dell’impresa controllata per determinati controlli e servizi, si scaricano prevalentemente sulla fiscalità generale, quindi anche un senza tetto che compra un panino al supermercato con i proventi delle elemosine, con l’IVA sul panino contribuisce a finanziare il sistema di controllo su prodotti che magari non potrà mai permettersi, salvo quando lo stato interviene per ritirare le eccedenze di mercato destinandole in parte alla beneficenza al fine di sostenere i prezzi!