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GDO, termini di pagamento e pratiche commerciali sleali: lo scenario Rabobank

Il ministro Mario Catania ha incontrato le associazioni dei consumatori, che hanno approvato la misura di equità stabilita nella filiera alimentare con l’articolo 62 del decreto liberalizzazioni.

 

Perché i consumatori hanno preso coscienza delle pratiche commerciali sleali tra operatori economici? Forse anche loro iniziano a presagire lo scenario puntualmente descritto dal centro studi di Rabobank (leggi articolo ilfattoalimentare.it): si rischia di trovare a scaffale un assortimento limitato a 3-4 grandi marche, in prevalenza di multinazionali, per categoria di alimento (i così detti: “must-have brands”), con la sola alternativa dei prodotti a marchio del distributore (“private labels”), su larga scala e per ogni categoria di prodotto.

 

Con quali conseguenze?

– riduzione degli assortimenti e quindi dell’offerta,

– perdita della varietà di marchi cui da sempre siamo abituati, in particolare a livello regionale e locale,

– conseguente limitazione delle scelte d’acquisto, selezionate “a monte” dal venditore nel proprio esclusivo interesse,

– minor controllo dei prezzi (quando il venditore concorre con i suoi prodotti, è lui a decidere i prezzi e le loro variazioni),

– decadimento del livello qualitativo dei prodotti agricoli e alimentari (quando i criteri di scelta dei fornitori sono basati sul prezzo e sulla loro disponibilità a pagare i così detti “listing fee”, questi sono di fatto costretti a offrire merci sotto-costo. È difficile immaginare che possano rinunciare al risparmio su materie prime e manodopera, qualità e miglioramento continuo).

 

Per completare il discorso un lettore del ilfattoalimentare.it ci ha trasmesso copia di una lettera nella quale una catena di distribuzione si arroga uno sconto dell’1,20% a titolo di “contributo marketing” di fine anno, che esula dalla realizzazione di alcun obiettivo di vendita, oltre a pretendere 20.000 € per inserire 5 prodotti nei suoi ipermercati (cioè il ‘listing fee’) per l’anno a seguire.

 

Dario Dongo

 

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3 Commenti

  1. Avatar

    Sembra che il consumatore sia disposto a pagare di più i grandi brand in virtù di un maggiore assortimento (deciso da chi ?)ed invece secondo me, rimargina anche i costi di pubblicità/comunicazione/marketing che nei discount o nei marchi Private Label sono sensibilmente ridotti, fondalmente a parità di qualità.L’equazione marchio privato=bassa qualità non è sempre reale.

  2. Avatar

    Caro Beppekin,
    Il prezzo che la GDO paga ai produttori per i prodotti a marchio è nella stragrande maggioranza dei casi un prezzo sotto il costo industriale. L’unico vantaggio per i produttori sono i VOLUMI di lavoro maggiori. Ma quando il prezzo non è remunerativo i produttori a cosa rinunciano per garantirsi la commessa ?
    Senza ombra di dubbio rinunciano alla qualità. Nelle aziende di produzione di prodotti alimentari esistono i re-work ….

  3. Avatar
    giancarlo pometta

    è vero, il banco vince su tutti, ma cosa si troverà sul banco? Una volta appoggiavo i prodotti con marchio dei supermercati, mettevano in concorrenza i produttori.
    Dopo ho visitato una â