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“Petit Paysan – Un eroe singolare”: il film sulla vita di un allevatore di vacche da latte tra conflitti morali e ineluttabilità incombenti

Petit PaysanLo spettro della mucca pazza fa ancora paura in Europa. E così Petit Paysan – Un eroe singolare, nelle sale in questi giorni, purtroppo con una distribuzione assai lacunosa, immagina l’arrivo di una nuova pericolosissima epidemia e la racconta dalla commovente prospettiva di Pierre, un piccolo allevatore di vacche da latte.

Pierre, che vive solo per la fattoria e cura con amore i suoi animali, è terrorizzato dalle notizie di un focolaio lontano perché sa bene che la presenza anche di una sola vacca infetta comporterebbe l’abbattimento a scopo profilattico dell’intero allevamento. Quando la malattia infine si presenta, Pierre si ritrova, in un crescendo drammatico, a compiere qualunque atto, legale o illegale, per evitare la fine di quella che è sempre stata la sua vita e quella delle sue bestie.

In Francia Petit Paysan, dopo essere stato presentato a Cannes, ha riscosso un grande interesse tanto da vincere tre César, gli Oscar d’Oltralpe, come miglior opera prima, miglior attore protagonista, migliore attrice non protagonista (gli eccellenti Swann Arlaud e Sara Giraudeau).

Il regista Hubert Charuel, figlio di contadini, ha scelto per il suo debutto nel lungometraggio un tema che gli è particolarmente affine: non a caso, il film è stato girato nella fattoria dei suoi genitori dove il protagonista, Swann Arlaud, ha lavorato per un paio di settimane, prima di iniziare le riprese (vedi trailer sotto).

Il risultato di questa totale immedesimazione nelle vicende del Petit Paysan è di sicuro un tuffo al cuore per chi fa l’allevatore di mestiere, ma non manca di avvincere anche gli spettatori meno coinvolti in prima persona: teso e vischioso, il film è costruito come un thriller con forti elementi di paranoia e un senso di pericolo e ineluttabilità incombenti. L’intera vicenda si sviluppa come una spirale avvincente e dinamica di conflitti morali in fondo irrisolvibili: fra leggi sanitarie, inappuntabili ma spietate, e slanci personali umanissimi eppure potenzialmente pericolosi e irragionevoli; fra la totale dedizione alla qualità di vita degli animali e l’incapacità di averne una propria, come succede Pierre, a differenza di alcuni allevatori suoi amici che si affidano al lavoro dei robot per aumentare la produzione e condurre un’esistenza meno faticosa.

Per questo, il posticcio sottotitolo italiano, “Un eroe singolare”, nel dare un giudizio di valore, risulta fuorviante e non rende giustizia alla complessità del film: Petit Paysan pone questioni importanti e non offre conclusioni sommarie, ma stimola piuttosto la riflessione, oltre all’empatia. Se si è pronti a reggere un’ora e mezza in bilico emotivamente sul precipizio, è un film da vedere.

Micol Vignoli

© Riproduzione riservata. Foto: No-madentertainment.eu/petit-paysan/

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