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Nanotecnologie: luci e ombre degli alimenti del futuro prossimo venturo. Il parere di Mannino del Cira di Milano

In questi giorni, a Roma, al convegno internazionale Ioha su salute, sicurezza ambientale e lavoro, organizzato dall’Aidii (Associazione italiana degli igienisti industriali) si parla, tra l’altro, di “allarme nanotecnologie”. Il loro impatto sull’economia mondiale è sempre più rilevante.

La nanotecnologia è la scienza della manipolazione della materia nell’ordine di grandezza dei nanometri, cioè milionesimi di millimetro Le nanotecnologie sono già presenti nella vita di tutti i giorni: dai nuovi farmaci (chemioterapici compresi) ai cosmetici, dai detersivi alla produzione di energia alternativa. Ma anche l’industria alimentare è interessata a sfruttarle, e lo sta già facendo. 

Agnese Codignola, in un articolo su L’Espresso del 7 settembre 2010, scrive che l’associazione Friends of the Earth nel rapporto “Out of the Laboratory and on to our Plates – Nanotechnology in Food & Agriculture” ha censito più di cento nanosostanze che, a vario titolo, entrano nella catena alimentare. Negli Stati Uniti, lo Woodrow Wilson International Center for Scholars ha sponsorizzato il Project on Emerging Nanotechnologies, che ha portato alla scoperta di 84 alimenti comuni contenenti nanofood. Mentre secondo “Nature Nanomaterials” sono già più di 800 i prodotti nano in vendita, se si considerano anche i cosmetici e altre tipologie merceologiche di uso comune.

Vantaggi e rischi quali sono? Negli Stati Uniti e in Inghilterra se ne parla da un decennio. L’industria alimentare del Regno Unito è già stata messa sotto accusa perché utilizza nanoingredienti  per la preparazione dei prodotti alimentari senza dichiararlo chiaramente sull’etichetta.

A livello scientifico c’è chi plaude alle nanoparticelle come la nuova frontiera per debellare la fame nel mondo o per produrre cibo con minore impatto ambientale, e chi invece si dimostra molto più critico. Questi composti non rispettano le leggi chimiche, tossicologiche, fisiche “ordinarie”, ma ne hanno di proprie e in parte ancora sconosciute, e perciò si teme che possano reagire nell’organismo in modo imprevedibile. Si sa già, per esempio, che le  nanoparticelle proprio per le loro dimensioni possono penetrare attraverso la barriera emato-encefalica del cervello  e anche in organi vitali come fegato e  reni. Il problema è che su questo tipo di  interazione mancano dati scientifici.

All’inizio dell’anno la commissione tecnica della camera dei Lords ha sollecitato il governo a controllare l’eventuale pericolo per la salute, anche perché se il mercato globale delle nanotecnologie alimentari era di 140 milioni di dollari nel 2006, dovrebbe esplodere fino a 5,6 miliardi di dollari entro il 2012.

L’agenzia di informazione Reuters ha di recente sottolineato come il futuro delle nanotecnologie nell’alimentazione potrebbe finire prima di cominciare. La colpa? La riluttanza dell’industria nello spiegare cosa sta facendo, perché troppo spaventata da una possible reazione negativa dei consumatori europei, come già successo per gli Ogm bollati come “cibo-Frankenstein”.

Ma questo silenzio non fa che aumentare la diffidenza. Secondo Franz Kampers, coordinatore del centro di ricerca dell’Università di Wageningen in Olanda, «L’industria dovrebbe essere più aperta. E mostrare quello che potrebbe arrivare sul mercato nei prossimi due-tre anni. Se la società non è preparata, potrebbe essere davvero uno spreco di opportunità».

Le sperimentazioni sono parecchie, e interessanti: per esempio, per produrre cibi con pochi o senza grassi, oppure insaporiti con sale meno “salato”, ma appetitosi quanto i loro omologhi tradizionali, utili quindi nella lotta a obesità, diabete e malattie di cuore. Si possono arricchire gli alimenti con nanocomponenti per integrare diete carenti, per migliorarne l’aspetto, o  aggiungerli agli imballaggi per prolungare la durata.

 

«Oltre alla necessità di tutelare il segreto industriale, le multinazionali dell’alimentazione hanno scelto di tacere perché, come è già successo per gli Ogm, si stanno formando due schieramenti contrapposti», nota Saverio Mannino, direttore del Centro interdipartimentale di ricerca sugli alimenti (Cira) dell’Università degli Studi di Milano.

«In alcuni casi -continua Mannino – ai ricercatori è addirittura vietato l’uso della parola “nanotecnologie”. Eppure un alimento può essere pensato come un materiale nano composito formato da una miscela complessa di proteine, (poli-)saccaridi, grassi, acqua, vitamine, antiossidanti, microrganismi coloranti, sali ecc. Ancora, dal punto di vista strutturale l’alimento può essere visto come un insieme di differenti (co-)polimeri polisaccaridi e proteine in cui sono dispersi acqua e grassi. Queste strutture a livello nano determinano la “texture” dell’alimento e di conseguenza l’accettabilità da parte del consumatore. In sintesi, il “nano” è già presente nei nostri alimenti per cui non bisogna avere paura della parola ma si devono attentamente valutare i rischi e i benefici di nuove formulazioni alimentari che sicuramente saranno tra breve sul mercato».

La Commissione Europea sta finanziando programmi di ricerca per arrivare a direttive condivise, prima che l’opinione pubblica si allarmi inutilmente. E il prossimo 5 novembre l’Efsa pubblicherà un documento con la posizione ufficiale sul tema. Anche la Food and drug administration statunitense ha intanto avviato una collaborazione con l’Alliance for NanoHealth (Anh), un ente costituito da otto istituti accademici che lavorano sull’argomento.

Spiega Saverio Mannino:«Anche il nostro Centro sta lavorando con due multinazionali a un progetto che prevede lo sviluppo di nano sensori per il controllo del processo di produzione, e a un secondo su membrane nanofibrose commestibili che possono essere utilizzate sia nel packaging che nell’incapsulazione di ingredienti alimentari. In sostanza, le nanotecnologie alimentari aiuteranno le industrie a formulare prodotti e processi sviluppati su richiesta».

Per esempio, formulazioni con additivi o ingredienti nano-incapsulati in grado di cambiare aspetto, sapore o consistenza dell’alimento; nuovi sistemi di incapsulazione che miglioreranno l’assorbimento di sostanze nutritive o la conservabilità, imballaggi con nuove proprietà meccaniche o antimicrobiche. Inoltre miglioreranno tracciabilità e sicurezza dei prodotti alimentari grazie a sensori nanostrutturati capaci di riconoscere certe sostanze o agenti patogeni o che permettono di seguire tutta la filiera, dalla produzione alla spedizione.

Nel rapporto di 112 pagine sulle Nanotecnologie nel settore  alimentare la camera dei Lords ritiene necessaria la massima trasparenza su questo argomento, e invita la Food Standards Agency (l’agenzia per la sicurezza alimentare inglese ) a tenere un registro pubblico sui nanomateriali utilizzati nei  prodotti  alimentari e/o  negli imballaggi, oltre che a mettere a punto tecnologie – al momento una vera sfida – che siano in grado di rintracciare la presenza di nanoparrticelle nei cibi. La Fsa ha commissionato tre progetti di studio per valutare quali sono gli effetti delle nanoparticelle nel corpo umano.

La Reuters ha contattato Unilever, Kraft e Nestle, tre delle maggiori multinazionali mondiali del cibo, ma nessuno ha accettato di parlare in modo approfondito sul tema. Nestle ha risposto in una e-mail che “non sta facendo ricerca nel campo nanotecnologie.” Kraft ha detto che non le sta usando attualmente, ma il suo team di ricerca e sviluppo “tiene sempre gli occhi aperti sulla ricerca scientifica”.

Un responsabile della ricerca di Unilever, Charles-Francois Gaudefroy, è stato più disponibile, dicendo che mentre l’azienda non sta usando le nanotecnologie in nessuno dei suoi prodotti alimentari al momento, ne sta considerando seriamente le potenzialità di applicazione per il futuro. «Abbiamo bisogno di sapere meglio come funzionano, e quindi trasferire questa conoscenza nel modo in cui lavoriamo gli alimenti per i nostri prodotti. Ma siamo solo all’inizio».

Ciò che forse è oggetto di considerazione da parte della multinazionale è un lavoro degli scienziati del Britain’s Institute of Food Research (Ifr), che hanno scoperto la possibilità di scomporre i grassi e rallentarne la digestione, creando così cibi che saziano di più.

“Gran parte dei grasso negli alimenti trasformati si mangia sotto forma di emulsioni, come zuppe, yogurt, gelati e maionese”, ha spiegato Peter Wilde dell’Irf. “Stiamo studiando i meccanismi di digestione dei grassi per “progettarli” in modo che ciò avvenga più lentamente». L’idea è che se la digestione è più lenta, l’ileo, il tratto finale dell’intestino, trasmetterà al cervello il segnale di sazietà anche se la persona avrà mangiato una quantità di grassi ridotta, a tutto vantaggio della salute.

Un’altra nanotecnologia prevede di incapsulare i nutrienti in micro-bolle che si “aprano” solo in determinati stadi del processo digestivo. Vic Morris, un esperto di notecnologie dell’Ifr sipega che è una tecnica già utilizzata, a maggiori dimensioni, nel settore alimentare. Le nano-dimensioni potrebbero essere utilizzate per ulteriori sostanze nutritive e con maggiore efficienza e precisione al momento del rilascio. Così, per esempio, si potrebbero migliorare i cibi con integrazioni di nanoparticelle per curare l’anemia.

Per regolare l’uso delle nanotecnologie e la relativa etichettatura, la Commissione europea ha finanziato un progetto di ricerca denominato NanoLyse. Nel sito del progetto afferma che, a tutt’oggi, la “conoscenza è molto limitata sul potenziale impatto delle nanoparticelle ingegnerizzate sulla salute dei consumatori ‘”.

Gli esperti citano alcune ricerche che hanno rilevato che alcune “persistenti” nanoparticelle – non si dissolvono o né sono biodegradabili, come il nano argento che può essere usato per il packaging per prolungare la durata di conservazione dell’alimento – potrebbero penetrare nell’organismo. «Queste particelle per le loro dimensioni possono penetrare nelle cellule o addirittura nel nucleo, e ciò potrebbe essere pericoloso. Abbiamo bisogno di sapere di più sui loro effetti sia nel corpo e nell’ambiente».

Saverio Mannino però si chiede: «Ci sono spazzolini da denti commercializzati come “nano gold” e “nano silver toothbrush”. Perché non hanno generato altrettanta preoccupazione?». A contatto con l’acqua, l’argento libera ioni attivi che attraverso le setole vanno ad attaccare I batteri. «Si tratta sempre di nanoparticelle che possono essere ingerite. Il punto è che quando si parla di alimenti l’attenzione del consumatore – e la sua sensiblità – è molto più elevata. Ma se io uso olio, uova e limone per fare la maionese e ne cambio solo il modo in cui sono emulsionati devo concludere che faranno male? Io non sono un tossicologo, ma penso di no. Semmai, ci si può interrogare sulla possibilità che una sostanza nano-incapsulata finisca in una zona del corpo diversa da quella prevista e sulle conseguenze che potrebbe avere. Gli studi sono ancora ai primissimi stadi, e la sfida è appena cominciata».

Mariateresa Truncellito

Foto: photos.com e Fiickr cc

 

 © Il Fatto Alimentare 2010 – Riproduzione riservata

 

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