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Fukushima, c’è un problema di radioattività per il cibo italiano? Giuseppe Sgorbati, coordinatore Arpa Lombardia, spiega a ilfattoalimentare.it i rischi e i comportamenti corretti

C’è chi sta già facendo scorte di ioduro di potassio, il rimedio di emergenza in caso di esposizione allo iodio radioattivo. E chi, invece, vive sereno, pensando che tanto il Giappone è dall’altra parte del mondo. Ilfattoalimentare.it ha interpellato Giuseppe Sgorbati per capire se il guasto alla centrale nucleare di Fukushima in Giappone potrà avere conseguenze sulla sicurezza alimentare (e non) in Italia.

Giuseppe Sgorbati, è coordinatore dei dipartimenti di Arpa Lombardia e responsabile della rete regionale di rilevamento della radioattività ambientale. Ai tempi del disastro di Chernobyl era in prima linea nelle misurazioni sul suolo lombardo.

Quali sono le differenze tra il disastro di Chernobyl e l’emergenza a Fukushima?

Innanzi tutto, per quello che sappiamo finora, è diverso proprio il tipo di incidente. A Chernobyl il reattore nucleare fu distrutto completamente, non c’erano i sistemi di contenimento che a Fukushima, in qualche modo, hanno attenuato il rilascio di radioattività, ed in questo momento i reattori non sono certamente degradati quanto lo fu quello di Cherbobyl. Nel 1986 in Russia si creò un vasto incendio causato dalla grafite presente in quel tipo di reattore. La colonna dei fumi, a causa dell’altissima temperatura, 1000 – 1500 gradi, arrivò fino a 3000 – 5000 metri. Questo significa che enormi quantità di sostanze radioattive furono trasportate dai venti a distanze anche molto elevate. In Giappone, finora, c’è stato un rilascio di fumi, negli strati più bassi dell’atmosfera, che sono praticamente freddi se paragonati a quelli di Chernobyl. Senza la spinta di innalzamento della temperatura, le sostanze radioattive non vanno subito in alta quota e quindi hanno ricadute su zone molto più ristrette.

Però un allarme aereo ha segnalato la presenza di radioattività a nord est del Giappone, nell’area compresa tra Alaska, Sud e Nord Crea, Siberia e Giappone. Sembra quindi che la radioattività sia ormai anche in quota e che si stia spostando in altre direzioni…

Certo, la radioattività presente a bassa quota prima o poi viene catturata dalle correnti d’aria, ma in quantità decisamente minore rispetto a quanto avvenuto con un incendio delle proporzioni del reattore di Chernobyl. Le masse d’aria che stazionavano sul Giappone nei giorni della tragedia potrebbero transitare sull’Europa tra il 22 e il 25 di marzo, passando prima sugli Stati Uniti. L’aria arriverà, non c’è dubbio, e con essa è possibile che venga trasportata contaminazione: però bisogna capire in quali concentrazioni. La strumentazione utilizzata in ARPA permetterà di valutare l’entità della radioattività nell’aria. In ogni caso la presenza di radioattività nell’atmosfera non rappresenta un rischio di per se e non richiede necessariamente misure protettive. Le conseguenze nel tempo saranno legate alle situazioni meterologiche locali: la pioggia, in questi casi, contribuisce a ripulire l’atmosfera ma provoca una maggiore  deposizione al suolo dei contaminanti. Questo fatto risulta significativo quando le concentrazioni di radioattività in  aria risultano importanti. Consoiderando però la distanza tra l’Europa e il Giappone e il tipo di incidente, credo estremamente poco probabile che la radioattività possa  raggiungere il nostro Paese in quantità tale da avere qualsiasi ricaduta sanitaria.

L’eventualità di una contaminazione, ancorché bassa, è di per sé poco rassicurante…

In astratto questa affermazione sembra avere un significato, ma in pratica dobbiamo ricordare che siamo immersi in un ambiente che per natura è radioattivo, per motivi del tutto naturali. L’esposizione è molto variabile da Paese a Paese e da Regione a Regione: in Italia l’esposizione annuale oscilla approssimativamente tra 1,5 a 5 millisievert all’anno (per avere un riferimento: una radiografia può raggiungere gli 0,25 millisivert, n.d.r.). Io mi aspetto di rilevare, qui da noi, una quantità molto più piccola rispetto alla radioattività naturale, per di più per un periodo limitato di tempo. E’ ovvio che, se la variabilità naturale tra una Regione e l’altra, è di 4 millisievert all’anno, un incremento “innaturale” dello zero virgola qualcosa non ha grande significato dal punto di vista di una eventuale limitazione… Questo principio è applicato dalla Commissione Internazionale per la Protezione contro le Radiazioni Ionizzanti e dalla Comunità Europea, quando definisce il limite di dose per il pubblico contro le esposizioni dovute ad attività umane in 1 millisievert. Tra l’altro, le esposizioni mediche e quelle dovute a situazioni di emergenza non sono assoggettate,  ovviamente, a questo limite: in questi casi scatta un bilancio tra rischi e benefici.

La domanda di tutti noi “ignoranti” è: perché una centrale non si può “spegnere”?

La centrale di Fukushima in realtà è già “spenta” da giorni. Ma il combustibile sta continuando a produrre calore per via della radioattività presente, “sottoprodotto” della fissione nucleare. Ha presente un phon a cui si rompe la ventola  improvvisamente, e la resistenza, senza più raffreddamento, diviene incandescente fino a fondere? In quel caso è la corrente elettrica che ne aumenta la temperatura. Nel caso del combustibile nucleare l’energia viene dall’interno della barra di combustibile ed è significativa per un lungo periodo, anche se non è in atto alcuna fissione nucleare: impossibile interromperla, ed il raffreddamento deve continuare per settimane o mesi dopo lo spegnimento dell’impianto.

E’ possibile che la centrale danneggiata subisca un’esplosione come avvenne a Chernobyl?

Non più, ormai, o non nelle stesse proporzioni. L’esplosione di Chernobyl,  fu dovuta con tutta probabilità allo scoppio un accumulo di idrogeno, gas estremamente infiammabile a contatto con l’ossigeno. L’idrogeno si è formato in modo quasi istantaneo nella struttura del reattore ancora integro a causa  dalla reazione chimica delle barre di uranio surriscaldate con l’acqua di raffreddamento,  e dalla radiolisi dell’acqua. Anche nelle centrali giapponesi  sono avvenuti scoppi  dovuti ad una sequenza di rilasci di idrogeno, prodotto attraverso lo stesso meccanismo, ma la struttura dei reattori giapponesi così come la meccanica degli eventi sono molto differenti e le esplosioni sono state di dimensione molto più limitate. E’ difficile fare previsioni, ma le esplosioni dei giorni scorsi hanno demolito le strutture esterne dei reattori che permettevano l’accumulo di idrogeno che, a questo punto, si può liberare gradualmente nell’ambiente. Oggi il timore maggiore è quello del combustibile nucleare che,  privo di raffreddamento, vada incontro ad una fusione: il materiale, in una unica massa rovente, è estremamente difficile da gestire, da raffreddare, da contenere. Ma anche questo evento non sembra in grado di creare condizioni esplosive di grandi proporzioni. Purtroppo, sui quattro impianti di Fukushima non si riesce ad operare come si desidererebbe, perché ormai il livello di radiazione intorno agli impianti è talmente elevato da essere nocivo anche nell’immediato per chi ci si avvicina. Ciò comporta la possibilità di attuare interventi limitati.

 Nel 1986 furono messe in atto misure di protezione alimentari. Quali? Hanno senso anche oggi, per il disastro di Fukushima?

Ad oggi quelle misure di protezione non hanno alcun senso, e non vi è da attendersi che lo abbiano nemmeno nell’evoluzione di questa vicenda, in Europa. Ciò risulta chiaro anche considerando le vie che la radioattività percorre nella catena alimentare, così come fu verificato anche nella vicenda di Chernobyl. La contaminazione arriva all’uomo per due vie: la prima è la ricaduta diretta sugli alimenti, da qui l’ormai famosa indicazione a evitare le verdure a foglia larga, come l’insalata, che con le piogge possono raccogliere radioattività, non del tutto eliminabile con il lavaggio. La seconda via prevede il trasporto della radioattività all’interno della catena alimentare, a partire dalla contaminazione dell’ambiente.

Ci sono altre vie di contaminazione ?

I vegetali possono assorbire dal terreno elementi radioattivi, che vengono metabolizzati in maniera simile alle sostanze naturali stabili chimicamente affini. Per esempio il cesio radioattivo spesso è metabolizzato come  il potassio: meglio evitare i funghi, allora che sono ricchi di potassio. Oppure, ad esempio, bovini che si sono alimentati con mangimi contaminati producono carne e latte a loro volta contaminati. Questa è ovviamente una dinamica più complessa che va studiata nei dettagli. La situazione è chiara: se non vi è nessuna contaminazione dell’ambiente, non vi è nessuna contaminazione della catena alimentare, e nessun provvedimento è necessario. Deve essere prestata attenzione, naturalmente, alle produzioni di zone contaminate, per questo motivo è stato innalzato il divieto di importazione di derrate alimentari dal Giappone. Tra l’altro il Parlamento Europeo ha approvato poche settimane fa una disposizione che fissa i livelli massimi di radioattività negli alimenti e nei mangimi in seguito incidenti. Un riferimento molto autorevole. Le misure di prevenzione sugli alimenti devono essere definite dalle autorità competenti, in base alla valutazione sul rapporto rischi/benefici, della limitazione o eliminazione di certe categorie di alimenti dalla dieta.

I singoli cittadini possono adottare qualche precauzione?

Ferma restando la libertà individuale, non è assolutamente opportuno assumere autonomamente misure di esclusione. Posso sostituire nella dieta alimenti freschi con alimenti conservati? Posso sostituire l’apporto vitaminico e di elementi naturali con pillole e preparati? Con quali conseguenze e a fronte di quali rischi e per quanto tempo? Nel periodo immediatamente successivo all’incidente di Chernobyl si sono verificate situazioni veramente impossibili da giustificare. Oggi lo sarebbero ancora di meno. Le valutazioni necessarie presuppongo una completa conoscenza della situazione, e non solo dal punto di vista della radioattività. In generale il fai da te è rischioso. Tra l’altro, l’andamento dei tumori in Italia, nel dopo Chernobyl, non ha registrato variazioni osservabili.

Lei dopo Chernobyl mangiava tutto?

Io mangiavo tutto, rispettando le indicazioni ed i divieti, ma non ho introdotto nessuna cautela in più rispetto a quanto consigliato dalle autorità. Le racconterò un aneddoto: fui invitato a tenere diverse conferenze nei paesi attorno a Lago di Como e Lugano, dove si erano rilevati livelli di radioattività più alti a causa delle piogge. Per qualche tempo c’era stato anche il divieto di mangiare pesce di lago. Passata l’emergenza, io elencavo i rischi e le necessarie cautele, ma invitavo alla tranquillità. Nonostante ciò alla fine delle conferenze venivo regolarmente invitato a cena e più volte mi sono trovato davanti i cibi ormai bollati come più pericolosi: insalate, lavarelli, funghi. Non le nascondo che mi sentivo gli occhi di tutti addosso: probabilmente volevano vedere se io li mangiavo tranquillo…

Su alcuni siti si consiglia di tenere a portata di mano lo ioduro di potassio…

Come possiamo dare indicazioni su come proteggersi, quando non sappiamo ancora se ci sarà qualcosa da cui proteggersi? La iodio profilassi, a protezione della tiroide contro lo iodio radioattivo, è un intervento molto significativo dal punto di vista medico. Risulta che in Giappone abbiano approntato riserve di questo farmaco per gli sfollati ma che non sia stato ancora somministrato, giusto per definire le proporzioni e l’attenzioni dedicate a questo tipo di intervento. Il nostro ruolo è di fornire rilevazioni sensibili, precise a chi ha l’onere di prendere  decisioni così importanti. La nostra rete di rilevamento è pronta: dal 1988 facciamo misure ogni giorno ad altissima sensibilità. L’unica misura straordinaria che abbiamo adottato è di verificare che ci sia materiale di ricambio degli strumenti se si dovessero intensificare le misurazioni nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

Del resto, le attività di rilevazione sono utilizzate dalle Autorità Regionali, dalle ASL, ma anche dall’Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) e dal sistema delle Emergenze della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) con la quale collaboriamo da anni, e dobbiamo onorare la fiducia di queste strutture, ma soprattutto dei cittadini, nei nostri confronti.

Intervista raccolta da Stefania Cecchetti

Foto: Photos.com

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Mah! dopo Chernobil i tumori non sono aumentati? Io vivo in Friuli, che, è vero, causa i venti, fu investito in pieno dalla radioatività. Fino a quindici anni fa c’era quasi un bambino malato di leucemia per classe alle elementari. Ho un figlio anch’io e sono molto preoccupata. Comunque grazie per il bel articolo! Teneteci informati!

  2. Certo che ci viene raccontato sempre tutto e con dovizia di particolari!!!Alla faccia della verità,leggo tante bubbole!!!