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Frutti di bosco è allerta epatite anche in Usa: i casi sempre più globalizzati invitano a ripensare i controlli sulle filiere internazionali. Nessuna certezza sull’origine

mix frutti di bosco e melogranoIl caso dei frutti di bosco contaminati con il virus dell’epatite A sbarca anche negli Stati Uniti e dimostra quanto sia necessario riflettere sulle filiere internazionali e adottare provvedimenti armonizzati sui controlli.

 

Ecco i fatti. Nei giorni scorsi un’azienda dell’Oregon, la Townsend Farms di Fairview, ha ritirato dal mercato il mix di frutti di bosco e chicchi di melograno, distribuito al dettaglio da due catene di supermercati: la Costco e la Harris Teeter. La decisione è stata presa dopo che la Food and drug administration ed il Center for diseases control di Atlanta avevano collegato 49 casi di epatite A verificatisi in Arizona, Colorado (lo stato più colpito, con 12 casi), Nevada, New Mexico, California, Hawaii e Utah al prodotto dell’azienda.

 

La FDA ha annunciato ispezioni, sottolineando che il ceppo isolato appartiene a un virus abbastanza raro in Nord America, ma diffuso in Nord Africa e Medio Oriente. Una coincidenza più che sospetta è che si tratta dello stesso ceppo di quello isolato in Europa e associato ai frutti di bosco fino dai primi mesi dell’anno. C’è un altro elemento su cui riflettere, si tratta dello stesso tipo di virus di un’epidemia scoppiata nella Columbia Britannica nel 2012, anch’essa associata ad alcune partite di frutti di bosco congelati confezionati in mix con chicchi di melograno provenienti dall’Egitto.

 

Questo nuovo caso potrebbe consentire di giungere a risposte più certe sulla vera origine della contaminazione, in quanto riguarda un alimento biologico e quindi sottoposto a maggiori controlli e ad una procedura di tracciabilità più stringente rispetto ai prodotti normali. Per ora la componente più sospetta sembra essere data dai chicchi di melograno, di origine turca. In questo caso però non esistrebbero relazioni apparenti né con i semi di melograno canadesi, provenienti dall’Egitto, né con i frutti di bosco degli allerta europei, provenienti da fornitori dell’Est Europa (in particolare da Bulgaria, Polonia, Serbia) e dal Canada. Nel caso della Townsend Farms, infatti, i due composti della miscela antiossidante giungono, oltre che dagli Stati Uniti, anche da Argentina, Cile e Turchia (il melograno). Difficile per ora trovare un nesso tra i due focolai, anche se le indagini sono in corso da parte di tutte le autorità preposte, EFSA compresa.

 

cheesecake frutti di boscoIn Italia l’Istituto Superiore di Sanità non si è ancora pronunciato sui recenti casi di epatite A registrati in diverse regioni, dovendo ultimare l’analisi dei dati e coordinare i propri con quelli provenienti dagli istituti zooprofilattici, in base alle direttive del Ministero per la salute.

 

Intanto si segnalano i primi ritiri dal mercato italiano, che hanno riguardato il Misto bosco surgelato – Bosco Buono e una cheesecake guarnita con frutti di bosco prodotta dall’azienda Asiago Food spa di Padova.

 

L’Istituto Superiore di Sanità nel frattempo ricorda che esiste una vaccinazione per l’epatite A per chi viaggia in paesi a rischio (si veda, in merito, il link del ministero sui centri vaccinali per la febbre gialla, autorizzati per la profilassi internazionale). La vaccinazione è consigliata anche entro due settimane dal possibile contatto con i virus. In caso di contagio si raccomanda la segnalazione alle autorità sanitarie, che sono state allertate  per monitorare l’andamento dell’infezione. Inoltre, fino a quando non sarà fugato ogni dubbio sull’origine della malattia, è consigliata anche una scrupolosa igiene personale (in particolare il lavaggio delle mani) così come è raccomandata la cottura degli alimenti e la rinuncia a consumare cibo crudo.

 

Agnese Codignola

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Foto: Photos.com,  Townsendfarms.com

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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Un commento

  1. Credo che sia necessario un commento a margine dell’ottimo lavoro di copertura, anche questa volta, de Ilfatto alimentare.

    Anche questa volta, la maggiore trasparenza presente negli USA, e forse, grazie a maggiori risorse, la disponibilità di migliori dati, lascia supporre che la situazione laggiù sia molto peggiore che da noi. In realtà il racconto del focolaio in Italia sarebbe molto simile (o peggiore vista la diversa situazione vaccinale e i dati finora emersi) se la scelta comunicativa fosse e potesse essere diversa. La disponibilità di dati porterebbe, ritengo, anche a mettere in luce altre priorità rilevanti per l’Italia. Invece possiamo e dobbiamo fare meglio.

    C’è poi un po’di ironia nel ricordare la disponibilità di vaccini. ECDC/EFSA ricordano di comunicare la disponibilità di vaccini a chi si reca in zone in cui sono riportati focolai, tra cui appunto il Nord-Italia. Non è motivo di panico; la prevenzione è semplice (la cottura) ma è sorprendente che siano siti non istituzionali a dare indicazioni su quali alimenti sono potenzialmente a rischio e quali no.

    L’Avis, stando al Corriere di Como, ha consigliato ai donatori di non consumare tutta una serie di alimenti. Anche su questo nulla di ufficiale. I consigli da dare ai consumatori sarebbero ben chiari (http://www.cdc.gov/hepatitis/Outbreaks/2013/A1b-03-31/advice-consumers.html).

    Si dirà forse che non ci sono prove certe di un focolaio in Italia; dubito che non ve ne siano, e dubito, come detto sopra, che questa sia una scelta comunicativa corretta. Appare poco probabile che non si sappia niente di nuovo dai primi di maggio.

    Come ho già detto, ho grande stima di quanto fanno molti funzionari sanitari a livello centrale e locale. Serve uno sforzo collettivo di miglioramento il cui stimolo dovrebbe venire anche dalla comunicazione.