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Francia: latte della Lactalis venduto dopo l’allerta. Anche in Italia il sistema di richiamo dei prodotti presenta grosse lacune

 

In Francia, lo scandalo del latte in polvere per neonati contaminato della Lactalis ha fatto emergere le gravi lacune del sistema di allerta rapido messo a punto dalle aziende e dalle autorità sanitarie quando si tratta di ritirare dal mercato un prodotto alimentare pericoloso. La storia è molto semplice. Il problema viene segnalato all’inizio di dicembre 2017 quando Lactalis annuncia il ritiro di alcuni lotti dal mercato. Nonostante ciò diverse catene di supermercati (Leclerc, Auchan, Carrefour, Intermarché, Monoprix, Cora…)  continuano a proporre sugli scaffali confezioni di latte in polvere. Visto che vendere un prodotto ufficialmente ritirato dal mercato può avere conseguenze legali, le autorità giudiziarie francesi hanno avviato alcune inchieste per capire le ragioni dell’anomalo comportamento. Purtroppo non si tratta di un caso eccezionale. Le criticità del sistema di allerta sono da anni segnalate da riviste come Que Choisir e 60 Millions de consommateurs (quest’ultima edita dall’Istituto nazionale del consumo francese).

In Italia il sistema di allerta per diffondere le notizie sui prodotti alimentari ritirati dal mercato funziona male

Secondo 60 Millions, spesso le catene di supermercati, dopo avere ricevuto l’avviso dalle aziende o dalle autorità sanitarie, si limitano a ritirare il prodotto dagli scaffali senza avvisare in modo adeguato i consumatori. Oltre a ciò, i supermercati riprendono la notizia del richiamo sul sito e appendono un annuncio su un foglio A4 in prossimità di una cassa del punto vendita. Il risultato è che, nella maggior parte dei casi, i consumatori non sono adeguatamente informati e non riportano il prodotto per il rimborso o la sostituzione. In Francia solo il 20% dei prodotti viene restituito. C’è di più, l’avviso viene spesso tolto dopo qualche settimana anche se la data di scadenza o il termine minimo di conservazione non è stato superato. Alla fine una grossa percentuale di persone non viene informata del ritiro pur essendo coinvolta.

Secondo gli esperti, il miglior modo per informare le persone è quello di avvisarle per mail (incrociando i dati degli scontrini  con quelli  dalle carte fedeltà dei clienti ), oppure chiamarle per telefono, dando visibilità all’annuncio e pubblicando un avviso sui quotidiani e sui siti. Questi sistemi sono stati adottati da alcuni supermercati francesi all’inizio di gennaio 2018, a distanza di 3 settimane dal primo annuncio di ritiro di Lactalis. In Italia un’azione simile (informare i consumatori tramite mail, telefono ecc.) è stata portata avanti da Esselunga, Coop, e Conad nel week end  del 20 luglio 2013  a causa di sospetti di botulino (poi  per fortuna decaduti) in un lotto di pesto alla genovese composto da 15 mila pezzi venduto dai supermercati con i loro marchi. Allora le catene, impaurite dal timore di uno scandalo dalle conseguenze catastrofiche per la loro immagine nel caso di presenza reale  della tossina botulinica, hanno lavorato per l’intero week end per avvertire i consumatori. Anche in questo caso i supermercati non avevano ancora uno spazio dedicato sui loro siti per comunicare i nomi dei prodotti ritirati, nonostante l’obbligo legislativo.

Manifesto messo a punto dal Ministero per avvisare i consumatori sull’allerta relativo ai frutti di bosco

In Italia la situazione è simile a quella francese. Basti dire che solo il 19 gennaio 2018  il sito del Ministero della salute ha diramato l’annuncio del ritiro dal mercato a livello nazionale di diversi lotti di latte Granarolo per un difetto di produzione  (il prodotto formava grumi durante il risaldamento). Peccato che l’azienda abbia diramato l’annuncio quasi un mese prima (il 22 dicembre 2017). Difficile capire per quali motivi il Ministero abbia ripreso il comunicato con un mese di ritardo! È vero che il problema del latte non rappresentava un pericolo per la salute dei consumatori, ma le regole, i tempi, le modalità e le procedure da seguire dopo che un’azienda richiama un prodotto sono codificate dalla legge. Per questo motivo risultano inaccettabili sia i ritardi del Ministero, sia le resistenze delle catene di supermercati nel diffondere tempestivamente e in modo adeguato le informazioni.

Il sito dei richiami dei prodotti alimentari del Ministero della salute funziona solo da un anno

Per la precisione va ricordato che il Ministero della salute ha deciso solo 12 mesi fa, con oltre 15 anni di ritardo rispetto agli obblighi  UE,  di pubblicare sul sito i richiami dei prodotti alimentari. Il sito del Ministero, dopo una partenza a rilento, risulta ancora impacciato e gravemente lacunoso nell’informare i cittadini. Per rendersi conto di quanto sia inefficiente l’ufficio allerta di Roma, si può ricordare il comportamento nei 12 mesi compresi tra la primavera del 2013 e  quella del 2014, a fronte di 1.787 ricoveri in ospedale di persone affette da epatite A, per avere mangiato frutti di bosco surgelati. Il Ministero della salute ha praticamente ignorato la situazione, liquidando il problema con un manifesto (vedi foto) e pochissimi annunci. Nello stesso periodo Il Fatto Alimentare pubblicava oltre 40 articoli per aggiornare migliaia di cittadini, inconsapevoli del rischio provocato da frutti di bosco venduti da 11 aziende. La realtà è che da anni in Italia l’informazione sulle allerta alimentari viene portata avanti dal nostro sito con la pubblicazione tempestiva di centinaia di segnalazioni (l’anno scorso i richiami sono stati 116per un totale di 166 prodotti e 11 provvedimenti di revoca).

Concludiamo con un buon esempio, quello portato avanti dal gruppo Bosch-Siemens nel 2014 in Francia per informare i consumatori del pericolo di incendio di una lavastoviglie. La campagna ha richiesto l’impegno di 500 tecnici, sono stati fatti 19.000 annunci e sono state spedite 625.000 comunicazioni, oltre alla pubblicazione di avvisi su quotidiani e in rete. Tutto per garantire la sicurezza dei clienti.

Per capire come funziona il servizio di allerta alimentare e come viene effettuato il ritiro dei prodotti dai punti vendita leggi il libro “Scaffali in allerta” edito da Il Fatto Alimentare. È l’unico testo  pubblicato in Italia che  rivela i segreti e le criticità di un sistema. Ogni anno in Italia vengono ritirati dagli scaffali  almeno 1.000 prodotti alimentari. Nel 10-20% dei casi si tratta di cibo che può nuocere alla salute dei consumatori, e per questo scatta l’allerta. Il libro di 169 pagine racconta 15 casi di richiami che hanno fatto scalpore.

I lettori  interessati a ricevere l’e-book, possono fare una donazione libera e ricevere in omaggio il libro  in formato pdf  “Scaffali in allerta”, scrivendo all’indirizzo ilfattoalimentare@ilfattoalimentare.it

* Con Carta di credito (attraverso PayPal). Clicca qui

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  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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3 Commenti

  1. Fabrizio de Stefani

    La questione sembra essere un po’ diversa da come è stata descritta:
    – “È vero che il problema del latte non rappresentava un pericolo per la salute dei consumatori,…”;
    perchè, in realtà, un pericolo per i consumatori è stato chiaramente paventato.

    Leggendo gli avvisi di richiamo pubblicati dal Ministero a proposito del latte “ACCADI’ GRANAROLO” in varie formulazioni si legge, infatti, la seguente classificazione del rischio: “Motivo della segnalazione: Richiamo per rischio fisico”.

    Non si comprenderebbe, diversamente, perchè mai un ritiro volontario di un prodotto che non comporta alcun rischio per la salute dei consumatori da parte di un’azienda, debba essere inserito nel sistema di allarme rapido degli alimenti e dei mangimi.

    Quello che non convince e inquieta, chi scrive è capire, piuttosto, cosa significa la locuzione “INSTABILITA’ DEL PRODOTTO ALLA BOLLITURA/RISCALDAMENTO”?

    Quale pericolo innominabile si celerebbe dietro questo avviso?

    Il pericolo fisico che menziona il Ministero sarebbe forse diverso da quello – modestissimo – che si potrebbe supporre correlato alla presenza di grumi (de chè?) e ci si dovrebbe orientare nel più temibile pericolo di esplosione del pentolino del latte sul gas – con effetti devastanti per il “fisico” dei consumatori – ed infine, per quale motivo del latte innocente alla stalla si sarebbe mutato in una sostanza instabile negli stabilimenti della Granarolo?

    • Caro Fabrizio, la COMUNICAZIONE DEL RISCHIO è alla base della politica della qualità di una azienda un pochino seria, sia essa di tipo alimentare o altro, pensi ad esempio ai “banali” richiami che fanno le case automobilistiche, per piccoli dispositivi che potrebbero provocare incendi in condizioni particolari di utilizzo.

      La Granarolo, che ha una distribuzione a livello nazionale dei suoi prodotti, anche attraverso marchi della gdo, ha “solamente” dato sviluppo ai protocolli di gestione delle non conformità, scritti nero su bianco nel manuale della qualità aziendale.
      Appurato che non ci fossero rischi microbiologici nel latte in questione, è stata invece riscontrata una instabilità alla bollitura, che è una condizione che nessun prodotto di un’azienda che produce latte alimentare deve avere, sia che essa provochi schizzi pericolosi o meno.
      Ricordo che i rischi di un prodotto alimentare sono ascrivibili alla natura fisica, chimica, biologica o microbiologica del fenomeno osservato, e pertanto l’instabilità alla bollitura è un fenomeno fisico.

      In ultimo, ricordo che il latte alimentare, dal momento della mungitura subisce vari passaggi prima di arrivare in bottiglia. Viene perlomeno raffreddato, trasportato alla centrale, scremato, titolato in grasso e pastorizzato. Una volta imbottigliato possono essere riscontrati dei difetti ascrivibili alla materia prima (il latte innocente della stalla), al trattamento termico o nelle fasi successive di confezionamento e logistiche. Il controllo qualità interno all’azienda serve a monitorare la qualità del prodotto ovvero l’assenza di difetti.

  2. Avete giustamente osservato che le regole di ritiro dei prodotti allertati, che ci sono nei regolamenti comunitari e nazionali, vengono osservate dagli operatori della catena alimentare quando le conseguenze rischiano di diventare CATASTROFICHE. Come anni fa in una riunione ebbi ad osservare al dott. Dongo parlando di aflatossine ed antibiotici nel latte, le conseguenze catastrofiche devono essere anche previste per legge fra le sanzioni di chi non osserva le regole: non avviso, o al massimo chiusura dei reparti per 10-15 gg, ma ritiro della licenza di vendita, produzione, trasporto e quant’altro, per tempi lunghi e ripristino accertato ufficialmente delle condizioni necessarie. Cioè = conseguenze catastrofiche. Gli attori davanti a queste eventualità, PERO’ FATTE OSSERVARE SERIAMENTE E PUBBLICIZZATE, alzeranno il loro livello di attenzione quanto necessario ad evitare cadute di immagine, e di fatturato , appunto CATASTROFICHE.