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“Denominazione di origine inventata”, la vera storia dei prodotti tipici italiani oltre il marketing, tra paradossi e curiosità

L’Italia è un paese dai mille prodotti d’eccellenza, frutto di tradizioni secolari e di una sapienza contadina che ha saputo resistere alle prove del tempo. O almeno questo è quello che pensiamo. A infrangere le nostre illusioni sulla storia del Parmigiano e del prosciutto crudo di Parma ci ha pensato il libro “Denominazione di Origine Inventata” edito da Mondadori e scritto da Alberto Grandi, professore presso l’Università di Parma.

Il saggio ricostruisce le vicende che hanno portato alcuni tra i più famosi e titolati prodotti tipici italiani a diventare simbolo della nostra cucina e del nostro paese nel mondo. Il testo mette in luce paradossi e storture di un sistema in cui le denominazioni di origine si moltiplicano a un ritmo velocissimo e dove i consorzi di tutela si affannano a far risalire la storia del prodotto all’alba dei tempi. È il caso, ad esempio, degli otto prosciutti DOP e tre IGP, che nella narrazione sull’origine coinvolgono persino celti e romani.

Le storie che si raccontano sull’origine di alcuni prodotti di eccellenza italiani sono inventate per questioni di marketing

Secondo l’autore il bisogno di circondare con un alone di tradizione prodotti di innegabile altissima qualità è figlio della crisi economica degli anni ’70. Persa la fiducia nell’industria, l’Italia ha trovato nell’agroalimentare un appiglio per il rilancio puntando sulla cucina. Il  Paese ha così scelto di legare il cibo a un ritorno al passato, a una tradizione che a volte è stata  “inventata” a uso e consumo del marketing. Lo dimostra la storia del lardo di Colonnata, un prodotto veramente eccellente, ma la cui  storia è probabilmente romanzata. La scelta del pittoresco borgo di Colonnata per la denominazione del prodotto, la tradizione fatta risalire agli schiavi romani che faticavano nelle cave di marmo, i riferimenti a Michelangelo, sono tutti elementi che concorrono a creare un immagine suggestiva.

I vari marchi DOP, IGP e STG sono passati da mezzo per salvaguardare l’economia di un territorio valorizzando gli alimenti di grande qualità, a strumento per creare monopoli, che hanno generato talvolta situazioni paradossali. L’esempio lampante è quello della focaccia con il formaggio di Recco, che nel 2015 ha ottenuto il marchio IGP, diventato istantaneamente un boomerang economico. Il disciplinare dice che la famosa focaccia si può vendere solo a Recco e questo ne ha limitato la diffusione.

In questa ricerca della tradizione e del legame con il territorio, si è dimenticato che ci sono prodotti industriali più antichi e più tipici delle nostre eccellenze. Pensiamo al panettone, che da pagnotta bassa con l’uvetta è stato trasformato nel dolce milanese delle feste da Angelo Motta nel 1919 e viene prodotto industrialmente dal 1930, mentre i panettoni artigianali si sono affacciati sul mercato solo negli anni ’80. Questa è la prova, dopo tutto, che la tradizione si inventa.

Denominazione di origine inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani” di Alberto Grandi. ISBN: 9788804683957. Pagine 180. Mondadori

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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5 Commenti

  1. Scrivere quanto segue dimostra chiaramente superficialità e ignoranza sui fattii:
    “L’esempio lampante è quello della focaccia con il formaggio di Recco, che nel 2015 ha ottenuto il marchio IGP, diventato istantaneamente un boomerang economico. Il disciplinare dice che la famosa focaccia si può vendere solo a Recco e questo ne ha limitato la diffusione.”
    Evidentemente l’autore “conosce bene” Recco, la sua storia, la tradizione che accompagna il prodotto denominato “Focaccia di Recco col formaggio” e naturalmente avrà esaminato anche le motivazioni che hanno portato un gruppo di operatori (che hanno reso famoso il prodotto nel corso degli ultimi due secoli) a richiedere una tutela europea accompagnata da un disciplinare così severo e particolare.

    • Premessa: sono Genovese.

      Il problema sa qual’è? Una volta tutti i turisti che visitavano le nostre coste, potevano assaporare la focaccia di Recco (magari un’infima imitazione, magari una copia fedele altrettanto buona), e quindi conoscere e innamorarsi di un prodotto, e proprio per questo motivo decidere in seguito di fare una capatina nel borgo di Recco, per mangiare la “vera” focaccia al formaggio e portare benessere ai produttori.
      Alle nuove generazioni, o glielo raccontano i genitori quanto era buona la focaccia di Recco, o se non capitano in uno dei quattro comuni in cui è lecito produrla, non la conosceranno MAI!

      La focaccia si vendeva surgelata in tutto il mondo, da Harrods agli altri centri commerciali d’eccellenza sparsi per il mondo, facendo conoscere Recco e la sua specialità.

      Abbia pazienza, ma ad oggi non mi sembra di vedere una campagna di informazione o pubblicitaria che possa minimamente portare ai Recchelini la fama, l’onore e i quattrini che portavano le “imitazioni” fatte a Quinto o Chiavari.

      Vuole un altro esempio di spreco di fondi e risorse per consorzi, pratiche a Bruxelles ecc. della nostra regione? Acciughe sotto sale del Mar ligure IGP…un solo produttore, con tiratura limitatissima. Risultato tutte le altre aziende o si adeguano a un disciplinare ridicolo, o non posso promuovere il proprio prodotto fuori dai confini come ligure per sovrapposizione di denominazioni.

      Offro uno spunto sulle certificazioni DOP,IGP,STG : quand’è che un prodotto necessita di protezione? A mio avviso quando i produttori locali non riescono a vendere in toto la loro quota produttiva poichè chi copia il loro bene si sovrappone al loro mercato erodendolo. Se non è questo il caso, creare un presidio slowfood sarebbe probabilmente più intelligente.

  2. Vera luce sulla tradizione ed origini delle nostre specialità.
    Da patriota speriamo non lo traducano e distribuiscono anche fuori Italia; potrebbe giustificare molte produzioni false Made in Italy.
    Il glossario delle tipicità italiane dovrebbe essere riportato in etichetta con la descrizione sintetica della tutela specifica per ogni prodotto protetto.

  3. Ma la focaccia di Recco va mangiata calda o fredda ?
    Una notte di tanti anni ero su un treno che sostava in stazione : un venditore ambulante passò in una direzione urlando “focacce calde !. Focacce calde!… dopo un po’ tornando in direzione opposta offriva “Focacce fredde!.. Focacce fredde!..
    Uno dei pochi Italiani CORRETTI.
    Scusate la storiella (vera) fuori tema, ma ogni tanto è meglio sorridere un po’ in mezzo a tante urla false e non verificabili sulle quali dovremmo trarre delle decisioni SERIE

  4. L’Italia è un paese di furbetti, e troppo spesso questa furbizia è solo provincialismo. L’esempio di Recco ne è una chiarissima dimostrazione e a quanto pare non ha fatto ancora abbastanza danni se qualcuno ha ancora il coraggio di difenderlo. Non conoscevo la storia delle acciughe liguri IGP ma mi sembra un altro ottimo esempio, e chissà quanti ce ne sono nell’ormai sconfinato elenco di risibili certificazioni. Davvero la strada dovrebbe essere quella del presidio Slowfood, riservando l’IGP a pochissime realtà davvero accertate, senza i slanci di ingenuo e controproducente “patriottismo” come suggerisce ezio qui sopra…