Home / Etichette & Prodotti / Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, denuncia il falso made in Italy in un’intervista al Corriere della Sera. Le risposte rivelano confusione e scarsa informazione. La realtà del supermercato è diversa. Forse sarebbe utile un giro tra gli scaffali

Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, denuncia il falso made in Italy in un’intervista al Corriere della Sera. Le risposte rivelano confusione e scarsa informazione. La realtà del supermercato è diversa. Forse sarebbe utile un giro tra gli scaffali

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Il presidente di Coldiretti si scaglia contro la presunta passata di pomodoro fatta con concentrato cinese

Che monotonia leggere l’intervista rilasciata dal presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo al Corriere della sera domenica 23 marzo. Il giovane presidente snocciola il solito repertorio generalista sul made in Italy violato. Comincia con il concentrato di pomodoro cinese all’olio di oliva tunisino, prosegue con il 65% dei prosciutti venduti come italiani ma preparati con cosce di maiali allevati all’estero … Le parole però non distinguono tra le forniture di animali vivi e di carcasse che subiscono un’effettiva trasformazione in Italia, e quelle di cosce già ‘toelettate’, rispetto alle quali si potrebbe avviare un dibattito. Le lamentele continuano con il 75% del latte a lunga conservazione importato dalla Germania e conclude con il ‘leit motiv’ della pasta prodotta con semola italiana ma ottenuta da grano duro importato dall’estero. Moncalvo recita  bene la sua parte di capo delle tute gialle, senza approfondire alcun argomento e ha buon gioco di fronte a una giornalista che non replica.

 

Varrebbe la pena di ricordare che:

  • grano 466027873
    Senza importare grano duro non saremmo in grado di produrre la quantità da pasta necessaria per soddisfare la domanda esterna e interna

    senza l’importazione di grano duro e di latte non si potrebbero produrre le quantità di pasta italiana e di latte Uht richieste dai mercati internazionali;

  • senza gli zebù brasiliani la bresaola della valtellina sarebbe scomparsa da anni;
  • senza il caffè dei paesi tropicali il nostro espresso non sarebbe mai esistito;
  • fino a quando in Italia non si coltiverà il luppolo sarà impossibile realizzare una birra 100% made in italy.

 

Dall’intervista a Roberto Moncalvo abbiamo appreso l’esistenza, finora mai documentata, di barattoli di concentrato di pomodoro (cinese n.d.r.) con olio tunisino. Il presidente forse non sa che il concentrato di pomodoro cinese transita  in Italia e non viene utilizzato per le conserve, come invece lascia intendere nell’intervista. C’è di più   bisogna dire in modo chiaro che senza l’importazione di olio extra vergine da Spagna, Grecia e dal altre nazioni del bacino del Mediterraneo compreso la Tunisia, non riusciremmo ad esportare le nostre bottiglie in tutto il mondo.

 

Per onor di cronaca va detto che l’indicazione in etichetta dell’origine è da tempo obbligatoria per le carni bovine e di pollame (seguiranno le specie suina, ovina e caprina). Oltre a questi prodotti l’origine  si trova nelle etichette di: pesce fresco, ortofrutta, oli vergine ed extravergine d’oliva, miele e uova. Presto arriveranno anche normative per estendere tali prescrizioni ad altre categorie di prodotti. Del resto, basta girare tra gli scaffali di un supermercato per rendersi conto che le diciture su molte confezioni evidenziano – su base volontaria – l’origine italiana dei prodotti e delle materie prime, talora pure con apposite certificazioni. Stiamo parlando di: latte fresco, conserve di pomodoro, olio extravergine, pasta, conserve di frutta e  decine di altri prodotti.

 

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L’obbligo di indicare l’origine sull’etichetta delle materie prime per tutti i prodotti alimentari è contrario alle normative europee

L’ultima nota riguarda la vicenda – ripresa nell’intervista –  della legge approvata nel 2011 da un parlamento di onorevoli distratti e poco informati. La norma prevedeva l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime dei prodotti alimentari venduti in Italia. Il provvedimento è stato salutato con soddisfazione da Coldiretti e altre associazioni con una salsiccia lunga 100 metri portata a Montecitorio per festeggiare il “trionfo”. Qualsiasi studente di giurisprudenza in regola con gli esami del primo anno, sa che una legge contraria alla normativa europea – come quella approvata – è destinata  ad  essere bocciata dopo qualche mese. Il “trionfo” è infatti durato poco, visto che il provvedimento non è mai entrato in vigore. Il motivo è semplice: l’entrata in vigore avrebbe significato il blocco alle frontiere di tutti i prodotti alimentari che – in regola con la legge UE, ma senza l’indicazione in etichetta dell’origine delle materie prime decisa in modo unilaterale dagli italiani – sarebbero stati rispediti al mittente. È triste vedere Moncalvo –  ingegnere del Politecnico con  poca dimestichezza in materia di  diritto – esaltare un provvedimento che ha dimostrato la scarsa conoscenza di molti  onorevoli e senatori quando si tratta di tematiche  o normative collegate all’UE.

 

Roberto La Pira e Dario Dongo

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Foto:thinkstockphotos.it

  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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24 Commenti

  1. Roberto La Pira. Bene. Ma la invito ad avere più coraggio. Lei giustamente ha scritto che l’Italia non potrebbe esportare senza l’apporto di olio di oliva dall’estero. Però non lo mette in evidenza così come ha invece fatto per la birra, per il latte, per la pasta e per il caffè.
    Lo scrive infatti solo dopo in modo tale che il lettore possa leggerlo ma anche no.
    Inoltre non precisa che necessitiamo di olio di oliva dall’estero anche per coprire il fabbisogno interno.
    Ci voleva tanto a inserire l’olio nella lista in evidenza? Onestamente non comprendo questa titubanza. Cordiali saluti

    • Roberto La Pira

      Nessuna titubanza, è che nell’intervista al presidente di Coldiretti non si parla di olio e l’ho aggiunto io volutamente nella risposta.

    • E’ vero, Moncalvo non cita l’olio di oliva ma non cita neanche la bresaola, il caffè, il luppolo. Buono il suo articolo comprensivo di titolo, ma lo ribadisco da lei che è persona seria mi aspettavo che osasse di più, inserendo l’olio nella sua giusta sezione “varrebbe la pena di ricordare che”, considerando che la dipendenza dall’estero, per fabbisogno nazionale + export è pari a circa il 70%. Sarà per la prossima volta. La ringrazio comunque per averlo scritto, visto che il 95% (stima coldirettiana casereccia) dei giornalisti non lo scrivono.

  2. michela cascianelli

    La dipendenza dall’estero è dovuta ai prezzi bassissimi che si praticano sui prodotti realizzati dagli agricoltori italiani che causano la chiusura di molte aziende agricole e che portano alla fame chi di agricoltura ci vive. Il legare detti prezzi alla borsa strangola i contadini. Voi farete più giri tra gli scaffali dei supermercati, ma dovreste farne qualcuno tra i campi per capire come un quintale di grano (adesso alla borsa sta a 20 euro grazie a tutto quello che entra dall’estero) poi venga rivenduto per la semina al medesimo contadino al quadruplo. Il profitto di chi vende sementi, di chi produce lavorati o semilavorati per i supermercati travalica quello che è il buon senso. Conosco contadini onesti che non riescono più a vivere con il loro duro lavoro. La mia non è un’apologia del mondo contadino, ma una difesa di quello che tanta gente non riesce a capire. Di olio extra vergine i frantoi sono pieni (io sono umbra e i frantoi di mia conoscenza non riescono neanche a venderlo tutto l’olio che immagazzinano) ma non lo vendono. I supermercati sono pieni di sofisticazioni e forse solo chi non riesce a discernere i sapori e la qualità dei prodotti che consuma può continuare a giustificare la logica dell’importazione del prodotto poco costoso.
    Vi invito a visionare questa puntata rai di presa diretta.
    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e0c9c329-5b48-41ab-a2de-1b56d39a583c.html#p=0

    • Roberto La Pira

      La ringrazio per l’intervento ma quel programma di Iacona non era proprio il massimo, approssimativo e poco incisivo,oltre ad un esame superficiale dei problemi. Probabilmente i giornalisti che hanno fatto il servizi conoscono poco il tema .

    • michela cascianelli

      La segnalazione della puntata di Iacona era un rimando. Il mio commento non ha nulla a che vedere con il link segnalato ma vorrei soltanto apportare un altro punto di vista sulla questione dibattuta.

    • Sono pugliese…da produttore di olive sto progressivamente riducendo la mia produzione…non si riesce ad andare avanti, con questi prezzi devo contenere i costi…alla fine penso di ridurre la produzione del 70-80% e aumentare la quota di olio venduto direttamente, contemporaneamente valuterò di ritornare alle mandorle ed all’uva da vino, le superfici che rimarranno incolte tenterò di affittarle a chi installa fotovoltaico. Non vedo altre strade, anch’io devo campare

    • Comunque….leggendo quello che scrivete e avvallate, da produttore, io direi che siete voi a conoscere poco il tema!

  3. Gli attacchi della Coldiretti sono sempre pretestuosi
    Un rimando alle importazione in Italia di derivati del latte; credo importante un chiarimento sulle definizioni merceologiche del ns settore:

    La recente criminalizzazione di alcuni prodotti lattiero caseari (latte in polvere, caseine, cagliate. etc) è purtroppo l’approccio scandalistico e pretestuoso di una parte interessata alla sola speculazione sul prezzo del latte italiano.
    Il sentire dire o il dover leggere che la mozzarella è scandalosamente fatta a partire da “cagliate” o addirittura da “caseina” è il “fatto” più curioso e divertente di tutta la vicenda, poichè sfido anche il più tradizionalista fra i produttori di Parmigiano Reggiano a produrre senza l’utilizzo della caseina oppure a caseificare senza passare attraverso la cagliata nel suo antichissimo e nobilissimo processo di produzione.

    • la caseina è la parte piu significativa e strutturalmente importante in qualsiasi tipo formaggio (DOP compresi). Storicamente e tecnicamente il formaggio potrebbe essere definito come una caseina presamica “umida” o, all’inverso, la caseina come un formaggio magro essiccato
    • Il processo di estrazione della caseina dal latte è paragonabile, se non addirittura sovrapponibile, in alcuni casi, alla produzione di formaggio
    • la caseina, unitamente alle altre frazioni proteiche comprese nel latte, rappresenta la parte nutrizionalmente ”nobile” del latte stesso
    • il comparto lattiero caseario internazionale ha ribadito, attraverso la stesura degli standard CODEX, la volontà di utilizzare i termini lattiero caseari esclusivamente per quei prodotti ove nessun costituente del latte venga sostituito da ingredienti di diversa origine (grassi vegetali, amidi, etc).

    Ritengo pertanto che sia un errore allineare la parola caseina ad altri ingredienti di orgine non casearia nella produzione dei cosiddetti “imitation cheese”

    Il bistrattato e sofferente settore lattiero caseario italiano non necessita della continua aggressione fra le parti, dovrebbe invece ricercare congiuntamente un comune campo operativo per la valorizzazione della filiera italiana nel competitivo mercato internazionale.
    La limitata capacità produttiva dell’Italia (produciamo circa il 65% del latte che consumiamo nelle diverse forme) non può prescindere dalla importazione di prodotti e ingredienti lattiero caseari. Chi afferma che gli allevatori vorrebbero produrre più latte, dice una falsità. A due anni dall’aumento delle quote di produzione del latte, l’Italia vede il volume prodotto in diminuzione rispetto alle quantità prodotte nel 2007, ovvero, nonostante un sensibile e legale aumento di potenzialità, gli allevatori italiani non hanno prodotto quanto avrebbero potuto! Perche?

    2007 produzione 10.9 m di tonnellate (Quota circa 10.2)
    2009 produzione 10.5 m di tonnellate (Quota circa 10.8)

    Invito inoltre a meditare sulle 450.000 tonnellate di formaggio che ogni anno esportiamo nel mondo, molte delle quali sono prodotte con latte e materie prime “non“ italiane sapientemente trasformate dalle ns aziende lattiero casearie per la creazione di valore aggiunto, valore che molti dei ns. tanto esaltati prodotti tipici non offrono più da oramai troppo tempo.

  4. Concordo con Michela e mi/Vi chiedo: quanto import delle materie in questione è effettivamente dovuto alla mancanza di quantità e/o qualità di quelle italiane e quanto è dovuto solamente a pratiche commerciali?
    Questo sarebbe un argomento da approfondire.

    • Per quanto riguarda l’olio di oliva (relativamente ad altri comparti non posso rispondere) Le pratiche commerciali non c’entrano. I dati produttivi italiani (gonfiati per via degli aiuti alla produzione passati) parlano di 480.000 tonnellate di produzione. Non si è mai saputo quanto extra vergine, quanto vergine e quanto lampante ci sia. Non sono comunque sufficienti a colmare una domanda in Italia di 650.000 tonnellate di olio di oliva consumate. Per l’estero c’è una richiesta di 340.000 tonnellate circa. Quindi il calcolo è presto fatto. Si è in chiaro deficit produttivo.Tuttavia i dati reali, sarebbero di circa 300.000 tonnellate, di cui solo 120.000 di olio extra vergine di oliva. Ovviamente sono numeri che circolano all’interno del comparto e non ufficiali. Se poi consideriamo i valori delle multiresiduali che richiedono in alcuni Paesi, ad esempio clorpirifos ND per l’extra in Usa, oxifluorfen per l’olio di oliva in Giappone, ciò comporta spesso il ricorso a materie prime di provenienza estera. La competizione fa il resto, specie se il divario tra olio extra vergine di oliva italiano e spagnolo, ad esempio, arriva a livelli come quelli attuali , superiori a 1,50 al kg.Se solo si puntasse sull’olio di oliva d’eccellenza italiano , l’Italia dell’olio chiuderebbe i battenti compreso tutta l’industria dell’indotto (fornitori di etichette, di tappi, di bottiglie, di cartoni ecc.) Ecco perchè occorre prendere atto di questo facendo squadra.

    • non più di 25-30 anni fa il mio piccolo paese della provincia di Bari (Sannicandro)produceva oltre alle olive (tante….) anche molto vino…soprattutto quello noto come “primitivo”…ma non si produceva per la vendita a terzi ma per consumo familiare.. e la vinificazione era domestica….essendo un paese a vocazione esclusivamente agricola ogni famiglia aveve tini…torchio e botti che custodivano i 200-300 litri di vino (dal primitivo al bianco da uva regina…) con gradazioni molto lontane dai vini commerciali che si vedono sugli scaffali, mi ripeto, tutto veniva prodotto per l’uso familiare (non mancava mai il vino a tavola…e tutti ne bevevano anche i più piccoli, in quantità moderate) complici una serie di fattori:
      -incentivi per lo sdradicamento delle viti “da vino”;
      -lo spopolamento di molti paesi del sud;
      -la mancanza di manodopera;
      -la globalizzazione e l’arrivo dei centri commerciali che vendono vino bassissimo costo (perchè dannarsi l’anima quando con poco compro una bottiglia di rosso… ;
      -l’invecchiamento della popolazione impegnata in campagna…
      la produzione interna, insomma, ha finito con l’azzerarsi…ormai le viti di primitivo vengono abbandonate perchè non più remunerative (costa più la vendemmia ed il trasporto) e trovare primitivo è impossibile (quello al supermercato, fidatevi, è una brutta copia commerciale spesso imbottigliato neanche in loco …) questo è un esempio di come si sia quasi cancellata una coltura, perchè così è stato pianificato, programmato: la produzione di vino in Italia è altissima, estirpate, dicevano….
      le mandorle?…non vanno bene!… le dobbiamo importare dalla california(detto senza neanche tanti giri di parole dai rappresentanti DC), perchè dobbiamo compiacere ai nostri alleati USA che tanto bene ci hanno fatto!…..e potrei dilungarmi….ma vi lascio con una domanda quanti sanno che l’Italia è stato a lungo il primo produttore mondiale di kiwi? forse lo è ancora adesso….ma chissà per quanto ancora! fino a che non disturberemo qualche nazione concorrente che incentiva il mercato dell’auto e quindi per compiacere alla nostra industria nazionale dovremo rinunciare a tale primato….

    • http://www.ilcambiamento.it/territorio/italia_deficit_suolo_agricolo.html
      L’italia, dagli anni 70, perde costantemente suolo agricolo, perchè chi ci ha amministrato avrà pensato che è inutile impegnare suolo per l’agricoltura quando si può importare, è inutile perdersi i facili guadagni della speculazione edilizia!…inevitabilmente la produzione cala e siamo sempre più dipendenti dalle importazioni….è un ciclo vizioso!

  5. Un articolo liberatorio! Ricordo che all’epoca della legge del 2011 quella fuori dal mondo sembravo io, che avevo appunto fatto un anno di giurisprudenza.
    Comprendo tutte le ragioni dei produttori italiani che, ahinoi, non sono competitivi per una serie di problemi legati alla scarsa propensione all’innovazione, all’intraprendenza e al rischio (non sono veri imprenditri, ma sono figli di un sistema per anni iper-assistito e iper-protetto)e ai numerosi limiti del nostro sistema paese.
    Quale sarebbe la soluzione? Un sistema autarchico di populista memoria? Tornare ad essere per la maggior parte affamati come fino a 60-70 anni fa? Pretendere che il consumatore nostrano ed estero riconosca al “fatto in Italia” una qualità così superiore da giustificare prezzi di mercato sensibilmente maggiori? E se così fosse, con quale abbondanza di materi prime potremmo soddsfare le richieste?

    • mentre gli imprenditori del settore automobilistico, trasporti (non faccio nomi ma….), sanità……banche….telefonia…istruzione….energia …..quelli sì che sono fior di imprenditori italiani disposti a rischiare i capitali (dello Stato però…. non i loro….) ……esempio di intraprendenza e propensione al rischio ed all’innovazione! ma informatevi!….comunque non passerà molto tempo….noi tutti rimpiangeremo…l’unico aspetto positivo è che diminuendo la superficie coltivata aumenta quella boschiva (nonostante gli incendi, …sempre che non avanzi il cemento) almeno un pò di verde in più!

    • “un sistema iper-assistito”: talmente assistito che tra le varie assurde tasse che paghiamo c’è la tassa relativo all'”Ente Bonifiche” di cui dalle mie parti non c’è mai stata traccia!. Siamo costretti a scavare pozzi artesiani che in alcuni casi arrivano a 1000 metri…quando sono meno profondi rischiamo che la falda si abbassi e le pompe inizino ad aspirare fango…se l’estate è particolarmente secca ce li sequestrano (meglio così, per carità…prima gli usi domestici di quelli agricoli)…ma rimane il fatto che paghiamo tasse senza senso altro che iper assistenzialismo!

  6. Ma con tanta ignoranza che spopola nel settore alimentare come si può pensare che la gente, in linea di massima, possa preoccuparsi della differenza tra un prodotto estero e uno italiano. Al supermercato vedo che la maggior parte delle persone guarda il prezzo. Se si vuole vendere l’eccellenza made in italy occorre una maggiore cultura in campo alimentare e soprattutto una maggiore onestà e serietà da parte di chi produce e vende perché non sempre ad un prezzo alto corrisponde maggiore qualità sia tra prodotto estero e italiano che tra italiano e italiano

  7. Carissimi Roberto e Dario, grazie (come sempre) per il coraggioso articolo che testimonia, ancora una volta, che esistono ancora giornalisti seri, non disposti ad agguagliarsi all’imperante pensiero unico rinunciando a ragionare con la propria testa. Solo per amore di precisione, vi segnalalo che l’etichettatura d’origine del latte fresco non è volontaria, bensì obbligatoria (solo in Italia) in quanto puntualmente disciplinata dal DM 14 gennaio 2005 sulla rintracciabilità del latte fresco.
    Nel merito, la vostra professionalità di giornalisti va tanto più ammirata per la solitudine quasi assoluta in cui vi ritrovate nell’esercitarla, tanto nel rifiutare lo scandalismo, laddove non vi è scandalo alcuno da denunciare, quanto nell’evidenziare i pericoli che vanno effettivamente segnalati, ove comprovati.
    La colpa non è di Coldiretti, che difende gli interessi della struttura, che sono quelli di accreditarsi come un partito politico trasversale (in difesa – solo teorica – dei consumatori, mica dei contadini, visto che sono molti di più). La colpa primaria è dei suoi iscritti, che ancora non hanno capito che quel tipo di politica, lungi dal tutelarli, li espone a gravi rischi. Le bordate sull’origine degli alimenti, infatti, altro non fanno che spingere i trasformatori italiani a prendere in seria considerazione l’opportunità di delocalizzare la produzione e gli investitori esteri a guardarsi bene dal farlo in Italia.
    Fantascienza alimentare? Non credo proprio, prova ne sia la decisione di Inalca di investire in Eurasia, mica in Italia! Ovviamente la colpa è anche del giornalismo da gossip, teso solo a fare scoop disinformato, troppo spesso per totale ignoranza, associata a dilagante pigrizia.
    Continuate così: sarete pochi, forse soli, ma siete bravi.

    • Carissimi Robertto e Dario grazie…..grazie a voi sto scoprendo una passione: la scrittura!

  8. più che un commento una domanda, tutti a controbattere i dati, ma quanta terra incolta c’è a disposizione e questa quanta materie prime sarebbero in meno importate? ci sarebbe più italia vera nei prodotti e meno disoccupazione.

    grazie

  9. Leggendo un articolo come quello del presidente della Coldiretti mi convinco sempre più che leggere un quotidiano oggi è soltanto uno spreco di tempo e di denaro. Meglio leggere Topolino. Potrà essere stucchevole ma mai demagogico.
    Poi in merito ai numerosi tentativi di fare approvare leggi allucinanti come quella sull’etichettatura progettata da Coldiretti, vorrei che qualcuno rispondesse del tempo e del denaro spesi dagli italiani per delle norme, come dice chi mi ha già preceduto, giuridicamente inapplicabili.

  10. Ha ragione Fausto, la Coldiretti lavora contro gli interessi dei suoi associati, ma qualcuno di loro ha iniziato a rendersene conto. Mi riferisco a quelli dell’area del Parmigiano Reggiano, che non hanno gradito per nulla gli scoop scandalistici sul Cosorzio, ed in particolare sul Presidente Alai. Vedrete che se ne renderanno conto anche gli altri, primi tra tutti i produttori di frutta, che hanno rischiato di subire per primi la delocalizzazione degli impianti degli acquirenti trasformatori, mai fosse passata la norma per innalzare, solo in Italia, la percentuale minima di frutta nelle bevande.