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Dietro lo studio a favore della carne rossa spuntano legami con la lobby alimentare. La scoperta del New York Times

Raw fresh meat Ribeye Steak and seasoning on dark backgroundIl New York Times smonta lo studio che sembrava attenuare, se non negare, il legame tra consumo di carne rossa e malattie. È infatti ancora una volta il giornale statunitense a denunciare i pesanti conflitti di interesse che gettano più di un’ombra su una ricerca che, nei giorni scorsi, ha avuto una vasta eco sui media di tutto il mondo, ma ha suscitato dubbi altrettanto pesanti. 

Secondo quanto riportato in un dettagliato articolo, l’epidemiologo canadese Bradley C. Johnston della Dalhousie University, autore principale dello studio pubblicato sulla finora prestigiosa rivista specializzata Annals of Internal Medicine (che potrebbe, a causa delle polemiche, perdere parte della sua credibilità, come vedremo in un attimo), ha scritto di non avere conflitti di interesse, ma in realtà avrebbe ricevuto finanziamenti dal discusso International Life Science Institute o Ilsi fino al 2016, e questo sarebbe più che sufficiente a giudicare quell’affermazione non del tutto vera. 

Anche perché nel 2016 lo stesso ricercatore, sempre sulla stessa rivista, aveva pubblicato un altro studio molto discusso, questa volta esplicitamente pagato dall’Ilsi, le cui conclusioni assolvevano lo zucchero dai suoi legami con l’obesità e le altre malattie metaboliche, e che in seguito è stato totalmente screditato.

L’Ilsi, come ricordato in diversi articoli anche su questo sito, è stato fondato dalla Coca-Cola e da altri colossi dell’agroalimentare quarant’anni fa, e oggi ha tra i suoi partner McDonald’s, Cargill e Pepsi Cola; ufficialmente no profit, in realtà esercita pesanti azioni di lobbying in tutto il mondo proprio attraverso il finanziamento di persone e iniziative ritenute favorevoli agli interessi dei suoi membri, e in questo modo è già riuscito a influenzare a suo favore decisioni importanti di sanità pubblica: per questo, gli studi che esso finanzia sono considerati con crescente scetticismo.

Butcher near slabs of raw meat carne rossa cruda macellaio
Il New York Times ha scoperto i passati legami con l’industria dell’autore di uno studio che contrasta le raccomandazioni a limitare il consum odi carne rossa

Nel caso specifico, esperti di conflitti di interesse del settore, come la stimata nutrizionista Marion Nestle della New York University, hanno sottolineato come, anche se il denaro dell’Ilsi non è stato impiegato direttamente nello studio sulla carne rossa, il fatto che Johnston ne abbia goduto pochi mesi prima, di per sé, pone più di un dubbio sull’imparzialità dell’autore. Per quanto riguarda Johnston, la sua difesa sembra pretestuosa: al momento dello svolgimento dello studio il finanziamento Ilsi era terminato da tre anni, e la sua negazione esplicita apposta in calce all’articolo sarebbe dunque veritiera. Una spiegazione che non convince. 

Così come non convince del tutto l’atteggiamento della rivista. Non solo ha ribadito che l’epidemiologo canadese ha risposto correttamente alla domanda di dichiarare eventuali sostegni economici, ma ha anche sostenuto che verificare i finanziamenti passati sarebbe impraticabile: tutti gli autori di studi, in qualche momento della loro carriera, hanno ricevuto finanziamenti privati. Il che è indubbio, soprattutto in realtà come quella degli Stati Uniti. Tuttavia, il punto è che non tutti i finanziamenti sono uguali: nel caso dello studio sullo zucchero, per esempio, l’Associated Press aveva rivelato le e-mail nelle quali Ilsi e Johnston concordavano il disegno dello studio, orientato in modo da giungere a conclusioni gradite all’organizzazione, e distorsioni simili si sono viste in molte altre situazioni analoghe.

Ma il conflitto di interessi non è l’unica pecca dello studio ‘pro’ carne rossa. Un’altra debolezza, da certi punti di vista anche più grave, è quella metodologica, come ha sottolineato l’esperto di salute pubblica Frank Hu, della T.H. Chan School of Public Health di Harvard. Johnston ha infatti utilizzato un sistema statistico chiamato GRADE, messo a punto per confrontare nuovi farmaci con terapie preesistenti in specifiche malattie nell’ambito di studi clinici controllati: si tratta di sperimentazioni nelle quali a un gruppo di pazienti viene data una certa terapia, e a uno di controllo quella preesistente, oppure nessuna terapia, e si va poi a vedere se la malattia è migliorata o passata. È evidente che si tratta di un sistema impossibile da applicare così com’è per valutare l’effetto di una certa dieta sulla salute di intere popolazioni. Se così fosse, ha commentato Hu, con GRADE si potrebbe negare più o meno qualunque legame come quello tra fumo e tumori o grassi saturi e malattie cardiovascolari.

Probabilmente lo studio di Johnston sarà ricordato solo per un motivo: è uno dei più chiari esempi di cattiva scienza e del tentativo di orientare l’opinione pubblica in un senso contrario alle prove, ma favorevole agli interessi commerciali di alcune parti. Resta, invece, in tutta la sua forza statistica, il legame tra consumo eccessivo e regolare di carne rossa e lavorate e aumento del rischio di sviluppare diverse patologie tra le quali, soprattutto, il cancro del colon, confermato in decine e decine di studi accettati da tutta la comunità scientifica internazionale.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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Un commento

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    chapeau. Ottimo articolo. Sempre diffidare di studi che sostengono le lobbies