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Antibiotici: troppi residui nei liquami degli allevamenti intensivi. I trattamenti attuali non sono in grado di eliminarli

white cows eating silagePer contrastare la resistenza agli antibiotici bisogna trovare metodi più efficaci di quelli attuali ed evitare che questi farmaci, somministrati agli animali negli  allevamenti, finiscano nelle acque e nel terreno. Per farlo, bisogna avere un approccio definito ‘One Health’ (una salute) dai ricercatori dell’Università di Buffalo, che hanno lanciato un appello affinché si ripensi tutto il sistema di smaltimento non solo delle filiere dell’allevamento, ma anche in quelle delle aziende farmaceutiche, degli ospedali e delle acque reflue delle città.

L’invito nasce dai risultati di due diverse rilevazioni fatte dagli autori in due fattorie dello stato di New York, che adottano i due approcci considerati più moderni per trattare i letami. Nella prima, i cui risultati sono stati pubblicati su Environmental Pollution, è stata usata la digestione anaerobica avanzata, il cui scopo è produrre biogas dalla parte meno solida dei liquami. Il risultato è che gli antibiotici – in questo caso le tetracicline – migrano molto velocemente, prima della separazione delle due componenti, verso la parte di letame più solida, che in genere non viene trattata e viene scaricata così com’è affinché funga da concime, oppure usata come base per le coltivazioni.

mucche allevamento latte mungere
I moderni trattamenti dei liquami degli allevamenti intensivi non sono sufficienti per rimuovere i residui di antibiotici

Nel secondo caso, uscito su Chemosphere, il metodo di trattamento impiegato è l’osmosi inversa, il cui obbiettivo è il riciclo delle acque. Anche in questo caso gli antibiotici – e qui quelli studiati sono stati un’altra tra le classi più usate in veterinaria, gli ionofori – in parte passano intatti attraverso le membrane che dovrebbero trattenerli. Ciò si verifica perché solo membrane in perfetto stato sono in grado di esercitare un’azione barriera totale, ma quelle degli allevamenti non lo sono quasi mai.

Come scrivono gli autori su Environmental Pollution, per ovviare a questi gravi limiti si potrebbe pensare a un processo a più passaggi, uno dei quali dovrebbe sempre essere il compostaggio, che in 150 giorni, secondo un loro studio precedente, è in grado di abbattere la concentrazione di ionofori del 70% e presumibilmente di tutti gli antibiotici in misura analoga. 

Ciò che più conta, comunque, è pensare al trattamento dei liquami partendo dall’antibiotico resistenza e non da altri scopi, perché questo oggi è l’obbiettivo più urgente, e nessuno dei sistemi ideati finora è mai stato concepito con tale finalità. E se si tiene presente che secondo la Food and Drug Administration solo nel 2016 negli Stati Uniti sono stati venduti 13,3 milioni di tonnellate di antibiotici per animali da allevamento, si capisce ancora meglio quanto sia importante iniziare ad affrontare la questione in modo drastico e razionale.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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3 Commenti

  1. Evitare l’allevamento intensivo e la conseguente somministrazione di antibiotici come se piovesse pare troppo difficille per questa società.

    Troppo comodo avere l’arista di maiale a euro 4,90 al kg.

  2. D’accordo con tutto,tranne che con la prima frase: “Per contrastare la resistenza agli antibiotici bisogna trovare metodi più efficaci di quelli attuali ed evitare che questi farmaci, somministrati agli animali negli allevamenti, finiscano nelle acque e nel terreno”.
    Dal mio punto di vista (zoonomo) per contrastare l’AR è necessario solamente ridurne il loro utilizzo (facile sulla carta ma,ahimè,impegnativo da realizzare).